ego sum alpha et omega,principium et finis
Google
PAGINE UTILI
giacomodoc54@alice.it

L'EDICOLA

ANSA
IL SOLE 24 ORE
LA REPUBBLICA
ADNKRONOS
LIBERO
PANORAMA
L'ESPRESSO

lunedì 26 settembre 2011

SACRO E PROFANO


Quante volte, alzando gli occhi verso la sommità' di monte Gallo, avete notato una costruzione di colore bianco,il famoso ex Semaforo borbonico,un'antica costruzione ottocentesca militare,edificata al fine di  portare,allora, aiuto alla navigazione maritma notturna.
Da 25 anni ,il semaforo, e' diventato l'abitazione di Salvatore,detto Israele,un ex operaio fattosi, lassù' ,eremita per sfuggire alla vita caotica della società' d'oggi e per adempiere ad una missione che lo ha ispirato.


I segni del suo passaggio si cominciano già' ad individuare lungo il sentiero che conduce al semaforo costituiti in gran parte da stelle a sei punte che ricordano la stella di Davide.

Israele ogni tanto si rende disponibile ad accostare visitatori ed a scambiare qualche parola circa la sua vita ed  il suo progetto spirituale  fortemente influenzato dalla lettura dell'apocalisse spesso citata nelle sue raffigurazioni. 



 Egli ha integralmente decorato la struttura con mosaici che hanno,anche, un simbolismo profano con forti espressioni simboliche esoteriche.
         



Questi mosaici sono stati realizzati con elementi tipici dell'arte povera,come pietruzze colorate,pezzetti di vetro,mattoni e 
minuscoli sassolini raccolti a mare.



L'emozione prende lo spirito di fronte a questo spettacolo offerto dalla vegetazione da quel senso di pace  e di fronte a quel cielo e a quel mare che sembra fondersi all'orizzonte esprimendo il mistero dell'esistenza.


L'Acchianata ri Santa Rusulia
Monte Pellegrino, luogo simbolo della città di Palermo, protagonista indiscusso del capoluogo siciliano,accoglie tra le sue grotte il santuario di Santa Rosalia, la Santuzza dei palermitani e non solo.

Il monte è meta di pellegrinaggio  con la celebre “acchianata”, ovvero la salita sul monte, attraverso la scala vecchia,edificata tra il 1674 ed il 1725,per  celebrare la morte della "Santuzza" avvenuta, sempre secondo la tradizione, il 4 settembre 1166.
La salita e' percorsa a piedi dai fedeli

    
     
Il Monte e la grotta dell’odierno santuario hanno esercitato, fin dai tempi precedenti alla colonizzazione fenicia, un grande fascino sugli abitanti della zona. In epoca medievale inoltre, il monte veniva considerato luogo di eremitaggio per asceti e pellegrini, ricoprendo dunque da sempre una funzione sacra per la città.
Il 4 settembre si rinnova ogni anno questa  tradizione devozionale antichissima, l'acchianata alla grotta dove, secondo la tradizione, vennero rinvenuti i resti mortali di Santa Rosalia, la "Santuzza", patrona di Palermo.


Anno Domini 1624, a Palermo imperversa il morbo della peste, arrivata in città a bordo di una nave carica di doni: cammelli, leoni, lana, lino e gioielli per il vicerè Filiberto di Savoia da parte del re della Tunisia. 
Un pover’uomo, Vincenzo Bonello, saponaio in Via dei Pannieri, sale sul Monte Pellegrino per una passeggiata solitaria, o piuttosto per gettarsi da una delle rupi del monte per il dolore della perdita della moglie, portatagli via prematuramente dalla pestilenza.
Durante la sua ascensione al monte gli appare la figura di Santa Rosalia, che aveva vissuto gli ultimi anni della sua vita romita proprio in una grotta del monte stesso. La Santa gli preannuncia la sua morte e gli chiede di portare un messaggio al cardinale Doria: “la peste in città cesserà soltanto quando le mie spoglie saranno portate in processione”. Il giovane, sconvolto, ridiscese in città raccontando quanto avvenuto; come predetto  egli mori' quattro giorni dopo.

Seguendo le indicazioni della profezia si portò in processione per la città, le sante reliquie. Fu così che la peste cominciò ad allentare il suo abbraccio mortale su Palermo e, il 9 luglio del 1625, si celebrò il primo festino: una solenne processione a cui partecipò il clero cittadino, l’aristocrazia e tutto il popolo palermitano. La festa durò nove giorni e il contagio, nonostante l’enorme quantità di gente presente alla processione, invece di diffondersi si arrestò.




Santa Rosalia Sinibaldo, da nobile a santa
Rosalia nasce a Palermo, intorno al 1128, dal conte (o duca) Sinibaldo, signore della Quisquina e delle Rose, discendente di Carlo Magno e da Maria Guiscardi, cugina del re Ruggero d’Altavilla, alla cui corte Rosalia visse gli anni della giovinezza tra gli agi propri della corte normanna attirando su di se, per la sua bellezza, gli interessi di parecchi nobili. Presso la stessa corte si trovava ospite il principe Baldovino, che soltanto qualche anno dopo sarebbe stato incoronato re di Gerusalemme. La leggenda racconta che proprio Baldovino, avendo salvato il re Ruggero da un leone (!?) e volendo il re ricambiarlo gli chiese in sposa Rosalia. La giovane, in seguito alla richiesta di nozze, si presentò alla corte annunciando la decisione di abbracciare la fede. Questa scelta sconvolse i genitori e la corte stessa, tanto da costringerla a rifugiarsi presso il monastero delle Basiliane a Palermo, ma questo non fu sufficiente a esimerla dalle continue visite dei genitori e del promesso sposo che cercavano di dissuaderla dal suo intento. Decise quindi di trovare rifugio presso una grotta nei possedimenti del padre, alla Quisquina. La sua fama si diffuse e la grotta divenne luogo di pellegrinaggio. A questo punto la giovane eremita decise di abbandonare il suo rifugio e di recarsi in un'altra grotta sul Monte Pellegrino dove visse fino alla sua morte, avvenuta presumibilmente il 4 settembre del 1160 o 1165. Da allora a Palermo, come ogni anno dal 1625, la sera del 14 luglio, la processione parte dal Palazzo reale e si snoda lungo l’antico Cassaro fino a mare, fermandosi dinanzi la Cattedrale e ai Quattro Canti, punto in cui il sindaco della città sale sul carro e depone dei fiori ai piedi della Santa, gridando “Viva Palermo e Santa Rosalia”. Non appena la processione arriva al Foro Italico hanno inizio i fuochi d'artificio che durano fino a tarda notte.






E comu Virginedda palermitana priamu a Tia!
Viva Santa Rusulia
E i malati di Tia Vonnu a Grazia  i Tia
Viva Santa Rusulia
Guerra, timpesta e tirrimotu, , priamu a Tia
Viva Santa Rusulia 
E un stancamu mai, priamu a Tia
Viva Santa Rusulia
E comu palermitani priamu a Tia
Viva Santa Rusulia
E i palermitani vonnu a grazia i Tia
Viva Santa Rusulia

Notti e ghiornu faria sta via
Viva Santa Rusulia
Ca nni scanza a morti ria
Viva Santa Rusulia
Ca nn’assisti a l’agunia!
Viva Santa Rusulia
Virginedda gluriusa e pia
Viva Santa Rusulia
Ogni passu ed ogni via!
Viva la nostra Santa Prutittrici Rusulia!
E chi semu muti? .... Viva!
Viva Santa Rusulia

Viva Palermu e Santa Rusulia






lunedì 5 settembre 2011

PERLE SULLA SABBIA

Cirene,Apollonia,Tolemaide,Sabrata,Leptis Magna la splendida:
citta' che evocano vicende di gloria,ricchi commerci,intense attivita' culturali,che testimoniano l'eredita' romana in Libia. 
Oggi le loro grandiose rovine assediate dal deserto,vivono in un magico silenzio il trascorrere del tempo.

Ricca di tesori archeologici unici al mondo,la sottile fascia costiera che separa il Mediterraneo dall'immenso deserto libico e' punteggiata da una serie interminabile di antiche vestigia:colonnati possenti,vie lastricate e intagliate nella roccia,anfiteatri romani,monumenti punici e basiliche bizantine, e ancora terme,ninfei,ginnasi e necropoli.
In Libia esiste un patrimonio archeologico paragonabile per grandiosita' all'acropoli di Atene o ai fori romani;ma offre un optional che Atene e Roma non possono permettersi :il sacro silenzio che si addice alle cose passate.

CYRENE:La fonte di Apollo.
"Cirene,orto dolcissimo,t'incorono di canti" intonava Pindaro nella sua ode dedicata ad Arcesilao,principe della citta' e auriga famoso,per celebrare la sua vittoria ai giochi di Pitia del 462a.c. I resti di due templi,il tempio di Artemide ed il grande santuario di Apollo, ed un altare marmoreo lungo oltre 22 mt. stanno a guardi perenne della preziosa sorgente che nel VII secolo spinse i coloni greci,provenienti dall'isola di Tera,a stabilirsi in questo punto dell'altipiano e a dar vita ad una fiorente citta'. Cirene raggiunse ben presto una posizione di privilegio su tutta la regone che chiude ad oriente il grande golfo della Sirte e che vedeva nelle piccole colonie costiere altrettanti punti d'arrivo delle vie carovaniere provenienti dal deserto e dal cuore dell'Africa.
Leptis Magna
"Bianca come un miraggio tra le dune del deserto"cosi' gli antichi viaggiatori di terra e di mare descrivevano Leptis Magna ai tempi del suo splendore.
Dal deserto giungevano le carovane che portavano avorio,gemme,pelli,schiavi neri e belve. Dalle grandi fattorie dei dintorni con i sistemi avanzati che nessuno e' piu' stato capace di ricostruire,venivano le olive e l'olio,pregiatissimo. E per le vie del mare,arrivavano dall'Italia e dalla Grecia le navi che importavano nei pesi d'Europa le ricchezze africane. Eppure questa citta' agiata,che i suoi abitanti,mercanti punici padroni di tutte le astuzie del commercio,facevano a gara per rendere sempre piu' bella,aveva proprio nel suo porto il suo tallone di Achille,che la condusse presto alla rovina e ne fece dimenticare per secoli la memoria. 


Tadita da un porto sfortunato ;Furono i tentativi infelici di renderlo piu' eficiente,iniziati negli anni di Nerone imperatore, a causarne l'insabbiamento che porto' poi, lentamente, all'abbandono della citta'.Cosi', ai tempi della conquista araba,Leptis era gia' usata come deposito di pietre e marmi da costruzione.Una cava ricca,se si pensa che nel 1686 il console francese vi raccoglieva colonne e statue marmoree da trasferire a Prigi, per la costruzione di Versailles. Solo con l'occupazione italiana inizio' un sistematico lavoro di scavo archeologico, che porto' alla luce un insieme architettonico che raramente si incontra al di fuori di Roma o di Atene. 
L'antica Leptis nacque come approdo fenicio alla foce dell"uadi"(torrente) Labda, che creava un vero e proprio porto naturale a meta' strada tra Cartagine ed Alessandria.
Poco distante, Apollonia e Tolemaide assomigliano veramente a perle abbandonate sulla sabbia.
Ad Apollonia antico scalo maritmo di Cirene sono le basiliche di eta' bizantina,che, con le loro colonne  in marmo azzurro, si stagliano eleganti sullo sfondo del mare. Del periodo di influenza greca e romana sono visibili il grazioso teatro teatro in riva al mare;il resto e' forse tutto da scoprire,sepolto ancora dalla sabbia del deserto.
Tolemaide, con le cisterne romane, tredici gallerie lunghe 18 mt. che si incrociano con quattro tunnel della lunghezza di oltre 50mt., fanno da giusto contrappeso al magnifico "palazzo  delle colonne".

mercoledì 10 agosto 2011

UOMINI E TONNI

UNA CIVILTA' UNA CULTURA
"Aja mola Aya mola"


"La pesca dei tonni e dei pesci  lor soci è ricchezza in sostanza della Sicilia, sicché è una delle primarie aziende, che per sè conteggi il nostro paese..." (Marchese di Villabianca, 1720 - 1802)

RIPRESE DIRETTE DA UNA TONNARA a cura di Rai storia in un meraviglioso video di  Carlo Alberto Chiesa


 



Le origini  della pesca del tonno,  sono antichissime.
Testimonianze grafiche ci vengono dalle incisioni e dalle pitture rupestri presenti in alcune grotte dell'isola e risalenti al quaternario. In quell'epoca le tecniche di pesca erano rudimentali e probabilmente si limitavano ad atti per la deviazione dei branchi verso la costa dove con selci ed ossa appuntite fissate a lunghi bastoni venivano catturati. 
I Fenici avevano organizzato un centro marinaro di lavorazione del pesce a Cadice. 
I Greci tenevano delle vedette sugli scogli nel periodo del passaggio dei branchi, ed all'avvistamento scendevano in mare e qui una volta circondato il branco, calavano velocemente le reti dell'altezza di alcuni metri. 

E' agli Arabi , i quali perfezionarono e diffusero in Sicilia, ma anche in Africa e in Spagna il sistema delle reti fisse divise in camere e collocate in modo tale che il tonno fosse guidato attraverso le varie camere fino alla camera finale, che può farsi risalire la nascita della tonnara così come oggi la intendiamo. 

L’habitat naturale del tonno rosso si trova nelle fredde acque del Nord Atlantico, ma ogni anno, all’avvicinarsi della primavera, inizia un lungo viaggio che, attraverso lo Stretto di Gibilterra, lo porta nella calde acque del Mediterraneo per riprodursi. Il tonno compie questo viaggio ogni anno, spinto dal suo codice genetico, come succede per altri animali, ed il suo percorso è immutabile, segue rigorosamente una rotta da Ovest verso Est, nuotando vicino alla costa, come se ci vedesse solo dall’occhio sinistro e in questo modo arriva in Liguria, poi scende lungo la costa Occidentale della Sardegna, si spinge fino alle Baleari, arriva sulle coste della Sicilia e si spinge fino al Nord Africa e alla Turchia. Alla fine dell’estate il tonno compie il percorso inverso.

E' da quest'osservazione, da queste abitudini del tonno che nascono le tonnare.
Con il termine tonnara si intende tutto il complesso di attrezzature,strutture a terra ed a mare, che caratterizzavano tale attività'.La tonnara a sua volta si distingueva in tonnara di terra,l'area posta sull'arenile,e tonnara di mare ,costituita dal complesso di reti che creava la trappola nel mare per i tonni.La tonnara di terra,detta anche "malfaraggio",comprendeva sia le grosse strutture murarie,dove venivano custodite le barche e le reti,sia l'area esterna in cui si svolgevano tutte le operazioni legate alla preparazione della trappola.
Negli edifici vi erano zone destinate all'amministrazione,ai depositi della salagioni alle reti,alla pesatura,al lavaggio del pescato,al rimessaggio dei grossi barconi,le musicare; oltre alle camere dei loggiati,ai dormipoi per i pescatori e all'abitazione per la famiglia del rasi.Al piano superiore vi era l' l'appartamento gentilizio del nobile proprietario e della servitù'.In una casetta accanto era stabilito il fondaco,cioè' il luogo dove si depositava il sale necessario alle salagioni.
La tonnara di mare  è formata da una rete di sbarramento che va da terra verso il largo, chiamata “pedale” o “coda”, e da un’insieme di reti, chiamato “isola”, che formano diverse stanze dentro le quali passano i tonni, finché arrivano nell’ultima, la camera della morte.
Ogni anno "il Rais", nel luogo della "passa", nel periodo degli amori,  fissa gli assi fondamentali , il recinto, la porta , il centro. Lunghissime reti vengono fissate al fondo con un grande numero di ancore e ormeggi, a formare pareti (calatu), delle quali solo una linea sottile emerge dall'acqua (summu), e organizza le ciurme, decine di lavoranti per il breve periodo compreso tra il calo delle reti e la mattanza .


La mattanza (dallo spagnolo matar, uccidere) si svolge tra fine aprile e metà giugno e, pur nella sua finalità diretta a catturare i tonni da vendere sul mercato, riassume storicamente nella mente delle genti di Sicilia il valore simbolico dell'eterna lotta tra l'uomo e la natura.I tonni che sono stati guidati attrverso le varie camere,raggiungono la camera della morte;le imbarcazioni le "muciare",chiudono da ogni lato il quadrilatero e i tonnaroti issano la rete dove i tonni soffocano, storditi per la mancanza di spazio e di acqua. 
E' il momento della mattanza: I tonni man mano che gli viene a mancare l'acqua si dibattono, urtano violentemente  tra loro, si feriscono. Quando sono ormai sfiniti li aspettano i 'crocchi',gli uncini dei tonnarotti montati su delle aste, che servono per agganciare i pesci e issarli sulle barche, mentre l'acqua diventa rossa del loro sangue in un crescendo impressionante.

Le tonnare nel secolo XVI,nella provincia di Trapani arrivarono ad essere ben otto, Bonagia, Formica, Favignana, S.Giuliano, Cofano, S.Vito, S.Teodoro e Palazzo. Rappresentarono una delle attività' commerciali preminenti dell'economia siciliana e formarono degli ottimi "Rais" che andarono ad impiantare altre tonnare anche all'estero.

Purtroppo varie cause in questi ultimi tempi rendono difficile la vita delle tonnare; la pesca con tonnare volanti, la percorrenza degli aliscafi, l'elevato costo della manodopera, costi di ammortamento ed esercizio, minore numero e minore quintalaggio dei tonni pescati, rendono oltremodo difficile la gestione delle tonnare che gradualmente sono andate ad esaurirsi.
E’ questa storia antica che rischiamo di perdere.
Ormai è sempre più difficile ogni anno mettere insieme gli equipaggi, la tonnara non è molto remunerativa, L'allevamento in gabbie localizzate in prossimità dei tratti di mare in cui venivano calate le tradizionali tonnare rendono molto di piu'. Così oggi affacciandosi dal belvedere di Castellammare del Golfo, in prossimità del "Pedale" (il luogo cui si ancorava la tonnara di Castellammare), nella seconda metà dell'anno è possibile scorgere sul mare delle strane giostre galleggianti e delle barche di diversa grossezza con uomini al lavoro.

Si tratta di una "Tuna Farming", costituita da sei gabbie, di 50 metri di diametro e 30 di profondità che da maggio a dicembre ospita quasi cinquemila tonni, controllati ogni giorno dai sub che ne controllano il comportamento e l'eventuale insorgenza di anomalie.
La Tonnara era un cuore che nel pulsare scandiva i tempi del dialogo con il passato e il presente,con tutti coloro che avevano consegnato un'eredità di memorie, di idee, di soluzioni, di maniere ingegnose per fare dell'uomo, nella lotta contro i titani, un vincitore.











sabato 6 agosto 2011

LA SETTA DEI BEATI PAOLI

Nella Sicilia del XVIII secolo, schiacciata sotto il peso del malgoverno dei Viceré, il popolo per le strade vive nella miseria ed è costretto a sopportare soprusi di ogni sorta. Ma a Palermo, un tribunale segretissimo e terribile, agisce nell'ombra e nel mistero: la setta dei Beati Paoli.A loro ricorrevano gli oppressi e subito l'oppressore svaniva dalla faccia della terra...Benefattori per alcuni, criminali per altri, della setta ai giorni nostri è rimasto ancora vivo il ricordo tra i cunicoli della Palermo sotterranea...





La societa' segreta dei "Beati Paoli"nasce dallo strapotere e dai sopprusi dei nobili che,in virtu' del loro potere, amministravano nei loro feudi anche la giustizia criminale,ma sopprattutto sarebbe anche originata dalla carenza del braccio della giustizia amministrata dallo stato sempre al servizio dei potenti.

Di fronte a tale stato di cose,il popolo cercava di farsi giustizia con le proprie mani,non una giustizia individuale e quindi debole,ma amministrata da un organismo collettivo che agiva nell'ombra e con la massima segretezza.

LA PALERMO SETTECENTESCA
All'inizio del XVIII secolo,epoca in cui si svolgono i fatti,la citta' era ancora compresa entro la cinta muraria settecentesca che ne aveva bloccato ogni espansione.
La cinta muraria appariva ancora particolarmente munita;oltre ai due castelli ,quello superiore,il palazzo reale,abitato dal vicere' e quello inferiore detto "di mare",dieci possenti bastioni rafforzavano la cortina,e la loro difesa,in caso di attacchi esterni,era affidata alle maestranze cittadine.Altre fortificazioni erano costituite dalla Garitta posta all'imboccatura della Cala,dal forte del molo e dal fortino della lanterna che si trovavano nel molo nord.

I fortini di S.Erasmo,della Tonnarazza e del Sagramento,con le loro batterie poste a fior d'acqua,integravano le fortificazioni della costa,tra la citta' e la contrada di Romagnolo.

Le dodici porte che in quel tempo si aprivano lungo la cortina muraria permettevano ai cittadini di raggiungere facilmente le varie contrade rusticane dve,attorno ad antiche torri di campagna,si erano sviluppati bagli ed altre costruzioni per uso agricolo.     

venerdì 5 agosto 2011

L'OPERA DEI PUPI

L’ Opera dei Pupi è un particolare tipo di teatro delle marionette che si affermò stabilmente nell’Italia meridionale e soprattutto in Sicilia tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. 


I pupi siciliani dal latino “pupus”che significa,bambinello, sono le caratteristiche marionette armate del teatro epico popolare.
Essi si distinguono dalle altre marionette essenzialmente per la loro peculiare meccanica di manovra e per il repertorio, costituito quasi per intero da narrazioni cavalleresche derivate in gran parte da romanzi e poemi del ciclo carolingio,la chanson de geste che viene rievocata in maniera dinamica attraverso l’uso di una scenografia e di fondali dai colori vivaci. Appare, tuttavia, un richiamo alla più attuale tradizione boiardesca e di Ariosto per la dinamicità dei versi e la vitalità deipersonaggirappresentati.
I pupi a differenza delle marionette,non hanno fili;
i pupari con le aste  li muovono dall'alto  al ritmo degli scudi e delle spade,e  per fargli muovere la testa  e il braccio destro usano due aste di metallo.
Esistono in Sicilia due differenti tradizioni, o “stili”, dell’Opera dei Pupi: 
quella palermitana, affermatasi nella capitale e diffusa nella parte occidentale dell’isola, e quella catanese, affermatasi nella città etnea e diffusa, a grandi linee, nella parte orientale dell’isola ed anche in Calabria. 

Le due tradizioni differiscono per dimensioni e peso dei pupi, per alcuni aspetti della 
meccanica e del sistema di manovra, ma soprattutto per una diversa concezione teatrale e dello spettacolo, che ha fatto sì che nel catanese si affermasse un repertorio cavalleresco ben più ampio di quello palermitano e per molti aspetti diverso.

Il popolo, dunque, trovò i suoi eroi nell’Opera dei Pupi e nei racconti cavallereschi, questo spiega l’attenzione e la costanza con cui il pubblico seguiva, sera dopo sera, storie ed avventure che si protraevano anche per diversi mesi. 
La partecipazione del pubblico, alla rappresentazione, non era quindi passiva ma si spingeva fino al coinvolgimento emotivo: applaudendo i paladini e fischiando i i mori e a volte lanciando oggetti contro il palcoscenico o addirittura, in qualche caso, uno spettatore “esaltato” sparava, vere e proprie revolverate, contro il pupo “traditore”.


Il Repertorio Teatrale 
Tra le principali tematiche trattate dall'Opra occorre ricordare che quella prevalente è la trattazione di soggetti cavallereschi.  Le fonti principali per questo tema sono le Chanson De Geste e  il romanzo arturiano. Dalle Chansons de Geste deriva il Ciclo Carolingio che abbraccia un periodo storico che va dalla morte di Pipino il Breve a quella dell'Imperatore Carlo Magno. Il Ciclo di Carlo Magno prevede una sua particolare suddivisione: "La storia di Ettore e dei suoi discendenti", "I Reali di Francia da Costantino a Carlo Magno", "Storia dei Paladini di Francia, ”Guido Santo” e i discendenti di Carlo Magno. Questo ciclo, insieme a "La storia dell'Imperatore Trabazio" e "Il Guerin Meschino", sono stati rappresentati in tutta la Sicilia. 

Bisogna però attendere il 1858, quando l’intuito di un maestro elementare, tale Giusto Lodico, diede vita ad una poderosa opera in 4 volumi, intrecciando i vari poemi epico-cavallereschi del ‘400 e del ‘500, pubblicata in diverse edizioni, anche a dispense dal titolo “Storia dei Paladini di Francia”, che rappresenta tuttora il fondamento dell’opera dei pupi.
L’opera del Lo Dico è considerata la Bibbia degli opranti, essa è stata utilizzata come riferimento alla stesura delle sceneggiature utilizzate nelle rappresentazioni da tutti i pupari.

Descrivere la storia dei Paladini di Francia non è impresa facile poiché il più delle volte il mito supera la realtà e fa sì che avvenimenti storici, come l’episodio di Roncisvalle, perdano le loro connotazioni reali per sfociare nella leggenda.
Sostanzialmente la storia dei paladini di Francia narra le innumerevoli battaglie tra cristiani e mori nella Spagna dell’VIII secolo d.C. ed in particolare racconta della dolorosa sconfitta di Roncisvalle, in cui persero la vita, vittime di un’imboscata, le più valorose “spade” cristiane e fra tutte il prode Orlando ed il saggio Oliviero.

I Protagonisti: I Paladini
Il termine Paladino, dall’aggettivo latino palatinus (del palazzo), descrive ciascuno dei 12 Pari al servizio nell’esercito di Carlo Magno,  essi ricoprivano le cariche più alte dell’ordine militare e costituivano una sorta di guardia d’onore dell’Imperatore. I Paladini o Pari erano scelti personalmente da Carlo Magno e obbedivano solo al re, ciascuno dei Pari era un nobile, conte o duca, e doveva possedere particolari virtù: fede, lealtà, forza e sprezzo del pericolo.
Vi sono pareri discordanti circa i nomi dei 12 Pari, per alcuni testi essi erano: Orlando - Olivieri - Berengario - Ottone - Gerino - Ivo - Avorio - Genieri - Ansegi - Sansone - Gerardo - Engelieri
ORLANDO:è senza dubbio il protagonista indiscusso delle vicende dell'Opera dei pupi; egli è il più valoroso dei paladini di Carlo Magno, ed è un personaggio realmente esistito nel 700, le cui imprese eroiche sono cantate alla fine dell'XI secolo nella Chanson de Roland; caduto nella battaglia di Roncisvalle (778), questi divenne nelle chansons de geste il simbolo delle virtù eroiche e cortesi. 

Sulla scena egli è il più valoroso tra i cavalieri di Carlo Magno, a cui salva la vita, è dotato di grande coraggio ed è animato da sentimenti di grande fedeltà e lealtà nei confronti del suo re; tra i personaggi dell'Opera dei pupi è quello in cui maggiormente storia e leggenda si confondono.

Viene rappresentato con una colomba sul cimiero, sulla corazza e sullo scudo, porta  abiti e mantello rossi, la tipica faroncina, con delle calze lunghe a coscia.





CARLO MAGNO:  il potentissimo Imperatore di  Francia viene presentato in due versioni, la prima, da corte,  con  una  tunica  ricamata, una  ricca  corona  e un mantello di velluto; la seconda,  da battaglia che comprende  l’elmo  incoronato e  lo scudo esagonale  con  l’insegna  del  giglio di  Francia,  severo  il  volto, e scura  la barba.
Altre due figure che non potrebbero mancare e che ruotano costantemente attorno al protagonista, fungendo da corollario, sono ANGELICA:la donna saracena per cui lo stesso Orlando impazzisce d'amore perdendo il senno che soltanto sulla luna riuscirà a ritrovare.
RINALDO: cugino di Orlando, secondo cavaliere della corte di Carlo, dal carattere benevolmente ribelle, che lo ha reso particolarmente amato dal pubblico.
Viene rappresentato con il leone sul cimiero, sulla corazza e sullo scudo. I suoi abiti sono verdi.

Non possono certamente mancare, accanto ai personaggi che incarnano virtù quali il coraggio e l'onestà, altre figure - se vogliamo "negative" ma altrettanto indispensabili - che i paladini valorosi devono sconfiggere per riaffermare ogni volta la supremazia del bene sul male.  

Gano  di Magonza,  il traditore,  figura piccola  e goffa con grandi baffi,  lunga barba e degli sfregi in viso. Sullo scudo e sul petto ha incisa la M  dei Magonzesi, che il pubblico  interpretava  come malvagità e malizia e i guerrieri saraceni, dei quali si identificano i più importanti: Ferraù, Agramante, Marsilio, Agricane, Rodomonte, Mambrino, essi hanno come segno distintivo il volto scuro e truce ornato da baffi all’ingiù.              
I personaggi femminili si richiamano invece ad una visione bambolesca della donna, dal viso rotondo ed ingenuo,  dagli  occhi  vividi a da  lunghi capelli ricadenti sulle spalle; le  guerriere (BRADAMANTE)
invece, sono caratterizzate da armature ed armi con le insegne del  proprio casato. 
Particolare attenzione merita:DAMA ROVENZA,


regina di Soria, figlia del Barbassore della Montagna, oltre a combattere con un pesante martello d’acciaio, ha l’armatura incantata, e nessuno dei valorosi paladini di Carlo Magno riesce durante i combattimenti a sopraffarla.
Dama Rovenza di Soria assedia Parigi per vendicare Mambrino, ucciso da Rinaldo. Rovenza, armata di un temibile martello, è stata resa invulnerabile dal mago Tuttofuoco. Il negromante Malagigi, cugino e aiutante magico di Rinaldo, dopo una memorabile sfida infernale e grazie all’intervento dell’Onnipotente, trionfa su Tuttofuoco. Rinaldo, nonostante le trame di Gano di Magonza, giunge sotto Parigi ed affronta Rovenza, che è riuscita a stordire perfino Orlando. Malagigi rivela a Rinaldo l’unico punto vulnerabile della saracena e lo scaltro paladino riesce con uno stratagemma ad ucciderla e a salvare Parigi.

mercoledì 30 marzo 2011

Rocky - Il rè della vucciria

 "LO SI CONSUMA IN PIEDI,A GAMBE DIVARICATE PER EVITARE DI SPORCARSI I VESTITI."
Tutti i Palermitani, e dico tutti senza tema di smentita, si sono fermati almeno una volta alla Cala a gustare l’inimitabile “pani ca’ meusa”, con in sottofondo lo sfrigolio dello strutto a contatto delle interiora di vitello. Provate a fare mente locale...qual è la postura che “geneticamente” un Palermitano assume nella consumazione del “mezzopane”? Si sta in piedi, gambe appena divaricate per permettere alla testa di allungarsi e dunque rendere vano lo sforzo profuso dallo strutto gocciolante di sporcare i vestiti. Ah! Dimenticavo...non provate, a meno che non vogliate apparire ridicoli, a tradurre “pani ca’ meusa” in “pane con la milza”. La traduzione infatti non riesce a renderebbe perfettamente l’idea, infatti la materia prima non è costituita dalla sola milza ma dall’intero “campanaro”, ossia polmoni, trachea, bronchi ed appunto la milza. 

Buon appetito!   

L’origine di questa pietanza è antica.Nel quartiere ebraico del Seralcadio (nella piazzetta dei “caldumai”, che significa venditori di interiora) era ubicato il macello cittadino (fino al 1837). In questo macello veniva anche prodotta “a saimi” (lo strutto, dallo spagnolo “saim”) che veniva poi esportata in tutti i possedimenti spagnoli.Molti ebrei erano dediti all’arte della macellazione, il bestiame veniva abbattuto seguendo una certa ritualità alla presenza di rabbini o imam (se si trattava di musulmani). I macellai però non potevano ricevere un compenso per il loro mestiere (un po’ atroce), perché la loro religione lo vietava. Come ricompensa trattenevano per sé le interiora dell’animale, da cui potevano ricavare un guadagno.
Inventarono così una pietanza riservata ai cristiani, composta da frattaglie bollite, condite con ricotta o formaggio, unite al pane, da mangiare per strada con le mani (secondo un usanza trasmessa dai musulmani). Tutti così erano accontentati, c’era chi poteva guadagnare senza contravvenire alle proprie tradizioni e chi poteva mangiare un ottimo, nutriente ed economico panino (in tempi in cui era difficile per il popolo mangiare a base di carne).Dopo la scomparsa della comunità ebraica, la loro attività fu continuata dai locali “caciuttari” che già erano dediti alla vendita di un panino inzuppato nello strutto caldo e condito con ricotta e formaggio. I caciuttari (divenuti a questo punto meusari) acquistavano al macello le frattaglie, che prima bollite e poi soffritte nello strutto venivano aggiunte al loro panino con formaggio.Oggi il meusaro continua la propria attività tramandandosela di padre in figlio, è un mestiere remunerativo poiché anche se il costo di ogni panino è veramente basso (circa 1, 50 €), possono contare sulla quantità che a Palermo è assicurata.
I più famosi sono Ninu u ballarinu di corso Livuzza (Via Finocchiaro Aprile), i Basile della Vucciria, L’antica focacceria di Porta Carbone (alla Cala), Francu u Vastiddaru in corso Vittorio Emanuele (Piazza Marina) e la famosissima Antica Focacceria San Francesco (nell’omonima piazza).
 

QUESTO BLOG E' UN PRODOTTO AMATORIALE E NON EDITORIALE O GIORNALISTICO, AI SENSI DELLA LEGGE N. 62 DEL 7 MARZO 2001. PREMESSO CHE TUTTO IL MATERIALE PUBBLICATO SU INTERNET RISULTA DI DOMINIO PUBBLICO, SE QUALCUNO RICONOSCESSE PROPRIO MATERIALE CON COPYRIGHT E NON VOLESSE VEDERLO PUBBLICATO SUL BLOG, NON HA CHE DA DARNE AVVISO. IL MATERIALE IN QUESTIONE SARÀ AL PIÙ PRESTO RIMOSSO. SI SOTTOLINEA INOLTRE CHE CIO' CHE E' PUBBLICATO SUL BLOG E' A SCOPO DI PURO APPROFONDIMENTO E COMUNQUE NON DI LUCRO. GLI AUTORI NON HANNO ALCUNA RESPONSABILITÀ PER QUANTO RIGUARDA I SITI AI QUALI È POSSIBILE ACCEDERE TRAMITE I COLLEGAMENTI POSTI ALL'INTERNO DEL BLOG STESSO, FORNITI COME SEMPLICE SERVIZIO AGLI UTENTI DELLA RETE. LE IMMAGINI E I VIDEO VENGONO PUBBLICATI UNICAMENTE PER SCOPI DI ILLUSTRAZIONE E DI SCAMBIO CULTURALE, A VANTAGGIO DEI VISITATORI.