Nino Martoglio è per la Sicilia quello ch'è il Di Giacomo e il Russo per Napoli; il Pascarella e Trilussa per Roma; il Fucini per la Toscana; il Selvatico e il Barbarani per il Veneto: voci native che dicono le cose della loro terra,
come la loro terra vuole che siano dette.
"U TOCCU"
('ntra la taverna d' 'u zù Turi u' Nanu)
Attoccu ju... vintottu 'u zù Pasquali...
Biviti? – Bivu, chi nun su' patruni?
– Tiniti accura... vi po' fari mali...
– Maccu haju a' casa! – E ju scorci 'i muluni!...
– Patruni fazzu... – A cui ? – A Ciccu Sali
– Ah!... E sutta? – A Jabicheddu Tartaruni.
– (A mia 'mpinniti ?... A corpa di pugnali
– finisci, avanti Diu!...) – 'Stu muccuni,
– si quannu mai, ci 'u damu a Spatafora?...;
– – Troppu è, livaticcinni un jriteddu.
– – Nni fazzu passu!... – A cui?... Nisciti fora!...
– A mia 'stu sfregiu? – A vui tintu sardaru!...
– Largu! – Largu! – Sta' accura! – 'U to' cuteddu!...
– – Ahjai, Sant'Aituzza!... m'ammazzaru!
Il tocco è un giuoco che si fa col vino con la birra. Aprendosi da ciascuno dei giocatori uno o più dita, si sommano, pel numero, e, a partire da quello dei giuocatori già designato, si conta. L'individuo nel quale il numero finisce, diventa padrone del vino e può berne quanto gli pare. Dopo aver bevuto, consegna il vino che resta,nominando un “Sutta” e un 2Patruni,I quail prosieguono il gioco, dando da bere a chi loro, di comune accordo, meglio aggradi. Si noti che il padrone non può dar da bere ad alcuno senza il consenso del sutta.
La fervidissima fantasia del siciliano lo ha arricchito di tali e tante regole, che il giuocarlo con esattezza diventa ben difficil cosa ed è spesso causa di vivaci dissensi, di calorosi diverbii e di sanguinose risse, specie tra la maffia) – 'a taverna d' 'u zù Turi 'u Nanu (famosa bettola sita in via Grotte Bianche, ritrovo della malavita)
martedì 29 ottobre 2013
" LI TRIZZI DI DONNA "
«Presso il cosiddetto Curtigghiu di li setti
Fati [cortile delle sette Fate], nelle vicinanze dell’antico monastero di S.
Chiara, venivano sette Donne di fuora, tutte una più bella dell’altra,
conducenti seco qualche uomo e qualche donna, cui facevano vedere cose mai
viste: balli, suoni, conviti. E li portavano pure sopra mare, molto lontano, e
li faceano camminare sull’ acqua senza che si bagnassero. Tutte le notti esse
ripetevano questo, e la mattina sparivano senza lasciar traccia di sè»
Giuseppe
Pitrè, “Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano”
che le "donne di fuora" procuravano al bambino accarezzandogli i capelli e cantandogli una ninnananna: erano il segno inequivocabile della loro protezione e benevolenza.
Dei regali che le "donni"vecchie matrone fanno alle madri che abitano la casa che loro custodiscono, intrecciando i capelli dei pargoli che vivono nell’abitazione che un tempo fu delle stesse donni.
Dei segnali che queste signore
regalavano soprattutto ai bambini ed ai ragazzini, per dimostrare , si diceva,
la loro benevolenza. Quindi guai a toccarle, a cercare di districarle o a
tagliarle : le “donni” si sarebbero offese e si sarebbero vendicate sul
bambino, facendolo ammalare ed a volte anche morire. Bisognava attendere
pazientemente che “li donni” facessero cadere quelle ciocche ribelli così come
le avevano fatte spuntare.
I doni delle donne devono essere accettate. Nessuno può tagliare questo legame magico tra la terra dei vivi e quella dei non morti. Le trecce si scioglieranno con il tempo, quando le donne lo riterranno opportuno.
Capelli
e credenze popolari
Fin dalle
epoche più remote, nelle credenze popolari e religiose i capelli sono stati
considerati sede della vita o della forza di una persona. Questo assunto, tra
gli altri, è confermato da Sansone: “ I miei capelli non sono mai stati
tagliati…Se uno mi taglia i capelli, io perdo la mia forza e divento debole
come qualsiasi altro uomo” (Giudici, 16, 17)
E’
credenza comune che i bambini cresceranno sani e forti se fino al primo anno di
vita non si taglieranno loro i capelli. Alla forza si aggiungerà la fortuna se
i capelli verranno tagliati a zazzera. E se fra i primi capelli del bambino se
ne trovi uno bianco, si deve avere cura di non strapparlo perché è anch’esso
messaggero di fortuna
le donne
superstiziose, quando hanno finito di pettinarsi, usano raccogliere i capelli
che son loro caduti dal capo e li bruciano o vi sputano sopra o li nascondono
per evitare che finiscano nelle mai di majare e stregoni. Una ciocca di
capelli è per le streghe l’oggetto del desiderio, lo strumento privilegiato per
potere “lavorare” proficuamente nelle loro fatture di seduzione o di nocumento.
In quest’ultimo caso, dopo la recita della formula “Tu u facisti a mia e iù
‘u fazzu a tia: comu si nni va stu capiddu, comu u ventu si nn’avi a gghiri
iddu”, si prendono i capelli della persona bersaglio e si lasciano volare
via dalla finestra. I risultati letali sono garantiti.
domenica 27 ottobre 2013
"LE DONNE DI FORA"
Le "donne di fora" o "donne di casa", "donne di notti", "belli Signuri" , "patruni di casa", hanno creato molta attenzione nel mondo magico siciliano.
Per risalire all’identità di queste misteriose ‘signore’, dobbiamo riandare brevemente ad una credenza diffusa nel Medioevo.
"Donne di fuori" erano chiamate dal popolo siciliano le "dominae nocturnae", ricordate nei testi medievali. Esse, secondo quanto raccolto da Giuseppe Pitrè, sarebbero state delle donne bellissime, di alta statura, di forme opulente e dai lunghi e lucenti capelli. Di giorno si nascondevano e uscivano solo di notte.
Sono esseri soprannaturali, un po’ streghe un po’ fate, senza potersi discernere in cosa differiscono le une e dalle altre. Con facilità le ‘donne’ si adiravano contro coloro che le avevano offese e li punivano con la miseria e le malattie. Le ‘donne di fuori’ amavano essere trattate con gentilezza e circondate di rispetto. Se erano accolte con l’offerta di cibi prelibati (marmellate, confetti, ma più spesso miele), musiche e balli, ricambiavano i loro ospiti con la buona salute e la fortuna. Non ci meraviglia, quindi, la circostanza che le ‘signore’ appaiano, nei processi, rispettate e temute dal popolo.
Geni benefici,ma anche malefici,sono donne di grande bellezza,amano le case pulite, escono di notte il giovedi, penetrano nelle case dai buchi delle serrature e dalle fessure degli usci. Se l’alba le sorprende, si tramutano in rospi e aspettano sotto questa forma la notte successiva.
Giuseppe Pitre’ riconosce la loro ambivalenza: delle fate hanno il pregio di andare in giro a spargere benefici a qualche disgraziato, ma a considerarle piu’ intimamente sono delle vere e proprie potentissime streghe.
Pitre’ afferma: amori ed odii, simpatie e antipatie le donne di fora li manifestano soprattutto nei bambini, specialmente lattanti. Esse li cambiano e li sostituiscono con altro piu’ bello o piu’ brutto o piu’ povero e viceversa.Il bambino "canciatu" e’ il bambino affatturatu e lo si giudica tale perche’ perde il colore del viso,emacia a vista d’ochio e non se ne comprende il perche’.
La credenza e’ ben nota agli studiosi di folklore europeo: I bambini scambiati da fate o fauni si chiamano "changelin” in Francia o “ fairy” in Inghilterra. La plurisecolare credenza delle donne di fora e’ radicata in tutta la Sicilia.
Questa tradizione approda nella piu’ alta trasfigurazione letteraria nella favola del bambino cambiato di Luigi Pirandello,con il personaggio di Vanna Scoma, la fattucchiera che ha fama di essere in miteriosi commerci con le donne di fora tanto da saper indicare alla madre il luogo dov’e’ andato a finire il figlio che le e’ stato cambiato, una notte di anni prima ancora in fasce per farne il figlio di un re.
In un villaggio una donna piange la sua tragedia:
le streghe le hanno rubato il figlio sostituendolo con un esserino deforme. Le
amiche la confortano e la conducono da Vanna Scoma, una fattucchiera la quale
assicura che il bambino si trova ben sistemato in una reggia e consiglia di non
cercarlo. Passa qualche anno e gli avventori di un caffè del villaggio
commentano l'arrivo di un principe, venuto in quel luogo per ritrovare la
salute. Mentre gli uomini stanno discorrendo entra un giovane ottuso e deforme,
chiamato Figlio di re: è il ragazzo che le streghe avevano lasciato nel
villaggio. Tra le risate generale il giovane dichiara la sua discendenza reale,
ma sopraggiunge la madre che afferma di riconoscere nel principe appena
arrivato il suo vero figlio. Intanto i ministri che sono al seguito del principe
commentano le cattive notizie giunte dalla corte: il re è ammalato e il popolo
è in rivolta. Arriva Vanna Scoma e dichiara di sapere che il re è morto; il
principe deve subito tornare in patria. Il principe intanto si accorge di
essere spiato dalla donna e le chiede il nome; ella gli risponde solo di avere
avuto un figlio che gli assomigliava e che questo poi le è stato rapito.
Sopraggiunge Figlio di re che si getta contro il principe cercando di
ucciderlo, ma costui riesce a evitare il colpo. Accorrono i ministri e
insistono perché il principe parta e tori in patria; la donna però indica nel
ragazzo deforme il vero erede al trono e il principe, stanco della vita di
corte, invita i ministri ad accettare Figlio di re come loro sovrano: quando il
mostricciattolo avrà in testa la corona sembrerà un vero re. Egli resterà
povero, ma felice, con la donna che lo crede suo figlio.
mercoledì 25 aprile 2012
LA DECADENZA DEL SISTEMA PRODUTTIVO
Travolti dalle multinazionali abbiamo perso l'identità' produttiva.
In un universo di desideri,necessita',ambizioni indifferenza,la necessita' di disporre di forza lavoro e' sempre più' rarefatta e il lavoro diminuisce in maniera direttamente proporzionale al progresso tecnologico.
E' una spirale che si sta' stringendo ad una velocità' impressionante; produrre e vendere non equivale più' a lavorare perché' le le macchine hanno vinto la loro battaglia con l'uomo che le ha inventate.
La non cultura della merce, che può' essere solo acquistata e usata ha inquinato l'etica dell'imprenditoria.Limprenditoria che dovrebbe sfruttare la propria intelligenza creativa per ottenere risultati e produrre lavoro,alla fine si e' ridotta ad essere un bottega di lusso,remunerativa fin che si vuole,ma senza più' altro scopo se non quello di ricavare denaro dalla propria iniziativa.
Il denaro e' dventato il risultato principale da ottenere perché' si e' persa l'identita' e la comprensione dell'oggetto,della merce trattata,che non e' più' riconoscibile,spesso prodotta addirittura nell'altro capo del mondo ;quindi non bisogna stupirsi se la logica del profitto ha partorito mostri che tutti noi conosciamo.
E' rimasto qualcosa oltre al desiderio spasmodico di accumulare denaro?
sabato 4 febbraio 2012
SACRO E PROFANO 2
"CITTADINI,CITTADINI,VIVA SANT'AGATA"
Ancora una volta Agata infiamma i cuori dei fedeli.
Dal 3 al 5 febbraio Catania dedica a Sant'Agata,patrona della città',una grande festa. Un fregolo d'argento " a vara", con un busto contenente le reliquie della Santa, viene instancabilmente seguito in processione da centinaia di fedeli devoti, vestiti con il tradizionale "sacco"(tunica bianca stretta da un cordone,cuffia nera, fazzoletto e guanti bianchi), aggrappati a due cordoni di oltre 100 metri. La Vara e' seguita da undici " cerei o cannaloni" alte colonne di legno che rappresentano le corporazioni delle arti e dei mestieri della città'.Su tutto questo,il grido unanime della devozione," Cittadini,cittadini,semu tutti devoti tutti"!
e subito si alza il grido di risposta rassicurante “…Cettu,Cettu!”.
Le candelore che sfilano in processione sono 11 così distribuite: la più piccola è stata fatta costruire da Monsignor Ventimiglia dopo l'eruzione lavica del 1766; seguono quella degli abitanti del quartiere S.Giuseppe La Rena e quella degli ortofrutticoltori, costruita in stile gotico; poi la candelora dei pizzicagnoli, in stile liberty; le candelore dei pescivendoli, fruttivendoli, macellai, pastai, panettieri, bettolieri, in stile barocco e rococò; ultima è la candelora fatta realizzare dal Cardinale Dusmet, per il circolo di S.Agata.".
La processione delle reliquie ha inizio il 4 febbraio e parte da Porta Uzeda; fuori della città il pesante carro di S. Agata viene fatto sostare davanti alla chiesa del Carmine e a quella di Sant'Agata la Vetere, poi torna nella Cattedrale e il giorno successivo procede nella zona interna della città. Sopra il carro della Santuzza è ospitato il bellissimo busto d'argento dorato e impreziosito di gemme e di una corona che pesa un chilo e mezzo, opera dell'orafo Giovanni di Bartolo; all'interno del busto sono conservate le reliquie di S.Agata.
lunedì 26 settembre 2011
SACRO E PROFANO
Quante volte, alzando gli occhi verso la sommità' di monte Gallo, avete notato una costruzione di colore bianco,il famoso ex Semaforo borbonico,un'antica costruzione ottocentesca militare,edificata al fine di portare,allora, aiuto alla navigazione maritma notturna.
Da 25 anni ,il semaforo, e' diventato l'abitazione di Salvatore,detto Israele,un ex operaio fattosi, lassù' ,eremita per sfuggire alla vita caotica della società' d'oggi e per adempiere ad una missione che lo ha ispirato.
I segni del suo passaggio si cominciano già' ad individuare lungo il sentiero che conduce al semaforo costituiti in gran parte da stelle a sei punte che ricordano la stella di Davide.
I segni del suo passaggio si cominciano già' ad individuare lungo il sentiero che conduce al semaforo costituiti in gran parte da stelle a sei punte che ricordano la stella di Davide.
Israele ogni tanto si rende disponibile ad accostare visitatori ed a scambiare qualche parola circa la sua vita ed il suo progetto spirituale fortemente influenzato dalla lettura dell'apocalisse spesso citata nelle sue raffigurazioni.

Egli ha integralmente decorato la struttura con mosaici che hanno,anche, un simbolismo profano con forti espressioni simboliche esoteriche.

Questi mosaici sono stati realizzati con elementi tipici dell'arte povera,come pietruzze colorate,pezzetti di vetro,mattoni e
minuscoli sassolini raccolti a mare.
L'emozione prende lo spirito di fronte a questo spettacolo offerto dalla vegetazione da quel senso di pace e di fronte a quel cielo e a quel mare che sembra fondersi all'orizzonte esprimendo il mistero dell'esistenza.
L'Acchianata ri Santa Rusulia
L'Acchianata ri Santa Rusulia
Monte Pellegrino, luogo simbolo della città di Palermo, protagonista indiscusso del capoluogo siciliano,accoglie tra le sue grotte il santuario di Santa Rosalia, la Santuzza dei palermitani e non solo.
Il monte è meta di pellegrinaggio con la celebre “acchianata”, ovvero la salita sul monte, attraverso la scala vecchia,edificata tra il 1674 ed il 1725,per celebrare la morte della "Santuzza" avvenuta, sempre secondo la tradizione, il 4 settembre 1166.
La salita e' percorsa a piedi dai fedeli
Il Monte e la grotta dell’odierno santuario hanno esercitato, fin dai tempi precedenti alla colonizzazione fenicia, un grande fascino sugli abitanti della zona. In epoca medievale inoltre, il monte veniva considerato luogo di eremitaggio per asceti e pellegrini, ricoprendo dunque da sempre una funzione sacra per la città.
Il 4 settembre si rinnova ogni anno questa tradizione devozionale antichissima, l'acchianata alla grotta dove, secondo la tradizione, vennero rinvenuti i resti mortali di Santa Rosalia, la "Santuzza", patrona di Palermo.
Anno Domini 1624, a Palermo imperversa il morbo della peste, arrivata in città a bordo di una nave carica di doni: cammelli, leoni, lana, lino e gioielli per il vicerè Filiberto di Savoia da parte del re della Tunisia.
Un pover’uomo, Vincenzo Bonello, saponaio in Via dei Pannieri, sale sul Monte Pellegrino per una passeggiata solitaria, o piuttosto per gettarsi da una delle rupi del monte per il dolore della perdita della moglie, portatagli via prematuramente dalla pestilenza.
Durante la sua ascensione al monte gli appare la figura di Santa Rosalia, che aveva vissuto gli ultimi anni della sua vita romita proprio in una grotta del monte stesso. La Santa gli preannuncia la sua morte e gli chiede di portare un messaggio al cardinale Doria: “la peste in città cesserà soltanto quando le mie spoglie saranno portate in processione”. Il giovane, sconvolto, ridiscese in città raccontando quanto avvenuto; come predetto egli mori' quattro giorni dopo.
Seguendo le indicazioni della profezia si portò in processione per la città, le sante reliquie. Fu così che la peste cominciò ad allentare il suo abbraccio mortale su Palermo e, il 9 luglio del 1625, si celebrò il primo festino: una solenne processione a cui partecipò il clero cittadino, l’aristocrazia e tutto il popolo palermitano. La festa durò nove giorni e il contagio, nonostante l’enorme quantità di gente presente alla processione, invece di diffondersi si arrestò.
Santa Rosalia Sinibaldo, da nobile a santa
Rosalia nasce a Palermo, intorno al 1128, dal conte (o duca) Sinibaldo, signore della Quisquina e delle Rose, discendente di Carlo Magno e da Maria Guiscardi, cugina del re Ruggero d’Altavilla, alla cui corte Rosalia visse gli anni della giovinezza tra gli agi propri della corte normanna attirando su di se, per la sua bellezza, gli interessi di parecchi nobili. Presso la stessa corte si trovava ospite il principe Baldovino, che soltanto qualche anno dopo sarebbe stato incoronato re di Gerusalemme. La leggenda racconta che proprio Baldovino, avendo salvato il re Ruggero da un leone (!?) e volendo il re ricambiarlo gli chiese in sposa Rosalia. La giovane, in seguito alla richiesta di nozze, si presentò alla corte annunciando la decisione di abbracciare la fede. Questa scelta sconvolse i genitori e la corte stessa, tanto da costringerla a rifugiarsi presso il monastero delle Basiliane a Palermo, ma questo non fu sufficiente a esimerla dalle continue visite dei genitori e del promesso sposo che cercavano di dissuaderla dal suo intento. Decise quindi di trovare rifugio presso una grotta nei possedimenti del padre, alla Quisquina. La sua fama si diffuse e la grotta divenne luogo di pellegrinaggio. A questo punto la giovane eremita decise di abbandonare il suo rifugio e di recarsi in un'altra grotta sul Monte Pellegrino dove visse fino alla sua morte, avvenuta presumibilmente il 4 settembre del 1160 o 1165. Da allora a Palermo, come ogni anno dal 1625, la sera del 14 luglio, la processione parte dal Palazzo reale e si snoda lungo l’antico Cassaro fino a mare, fermandosi dinanzi la Cattedrale e ai Quattro Canti, punto in cui il sindaco della città sale sul carro e depone dei fiori ai piedi della Santa, gridando “Viva Palermo e Santa Rosalia”. Non appena la processione arriva al Foro Italico hanno inizio i fuochi d'artificio che durano fino a tarda notte.
E comu Virginedda palermitana priamu a Tia!
Viva Santa Rusulia
E i malati di Tia Vonnu a Grazia i Tia
Viva Santa Rusulia
Guerra, timpesta e tirrimotu, , priamu a Tia
Viva Santa Rusulia
E un stancamu mai, priamu a Tia
Viva Santa Rusulia
E comu palermitani priamu a Tia
Viva Santa Rusulia
E i palermitani vonnu a grazia i Tia
Viva Santa Rusulia
Notti e ghiornu faria sta via
Viva Santa Rusulia
Ca nni scanza a morti ria
Viva Santa Rusulia
Ca nn’assisti a l’agunia!
Viva Santa Rusulia
Virginedda gluriusa e pia
Viva Santa Rusulia
Ogni passu ed ogni via!
Viva la nostra Santa Prutittrici Rusulia!
E chi semu muti? .... Viva!
Viva Santa Rusulia
Viva Palermu e Santa Rusulia
lunedì 5 settembre 2011
PERLE SULLA SABBIA
Cirene,Apollonia,Tolemaide,Sabrata,Leptis Magna la splendida:
citta' che evocano vicende di gloria,ricchi commerci,intense attivita' culturali,che testimoniano l'eredita' romana in Libia.
Oggi le loro grandiose rovine assediate dal deserto,vivono in un magico silenzio il trascorrere del tempo.
Ricca di tesori archeologici unici al mondo,la sottile fascia costiera che separa il Mediterraneo dall'immenso deserto libico e' punteggiata da una serie interminabile di antiche vestigia:colonnati possenti,vie lastricate e intagliate nella roccia,anfiteatri romani,monumenti punici e basiliche bizantine, e ancora terme,ninfei,ginnasi e necropoli.
In Libia esiste un patrimonio archeologico paragonabile per grandiosita' all'acropoli di Atene o ai fori romani;ma offre un optional che Atene e Roma non possono permettersi :il sacro silenzio che si addice alle cose passate.
CYRENE:La fonte di Apollo.
"Cirene,orto dolcissimo,t'incorono di canti" intonava Pindaro nella sua ode dedicata ad Arcesilao,principe della citta' e auriga famoso,per celebrare la sua vittoria ai giochi di Pitia del 462a.c. I resti di due templi,il tempio di Artemide ed il grande santuario di Apollo, ed un altare marmoreo lungo oltre 22 mt. stanno a guardi perenne della preziosa sorgente che nel VII secolo spinse i coloni greci,provenienti dall'isola di Tera,a stabilirsi in questo punto dell'altipiano e a dar vita ad una fiorente citta'. Cirene raggiunse ben presto una posizione di privilegio su tutta la regone che chiude ad oriente il grande golfo della Sirte e che vedeva nelle piccole colonie costiere altrettanti punti d'arrivo delle vie carovaniere provenienti dal deserto e dal cuore dell'Africa.
Leptis Magna
"Bianca come un miraggio tra le dune del deserto"cosi' gli antichi viaggiatori di terra e di mare descrivevano Leptis Magna ai tempi del suo splendore.
Dal deserto giungevano le carovane che portavano avorio,gemme,pelli,schiavi neri e belve. Dalle grandi fattorie dei dintorni con i sistemi avanzati che nessuno e' piu' stato capace di ricostruire,venivano le olive e l'olio,pregiatissimo. E per le vie del mare,arrivavano dall'Italia e dalla Grecia le navi che importavano nei pesi d'Europa le ricchezze africane. Eppure questa citta' agiata,che i suoi abitanti,mercanti punici padroni di tutte le astuzie del commercio,facevano a gara per rendere sempre piu' bella,aveva proprio nel suo porto il suo tallone di Achille,che la condusse presto alla rovina e ne fece dimenticare per secoli la memoria.
Tadita da un porto sfortunato ;Furono i tentativi infelici di renderlo piu' eficiente,iniziati negli anni di Nerone imperatore, a causarne l'insabbiamento che porto' poi, lentamente, all'abbandono della citta'.Cosi', ai tempi della conquista araba,Leptis era gia' usata come deposito di pietre e marmi da costruzione.Una cava ricca,se si pensa che nel 1686 il console francese vi raccoglieva colonne e statue marmoree da trasferire a Prigi, per la costruzione di Versailles. Solo con l'occupazione italiana inizio' un sistematico lavoro di scavo archeologico, che porto' alla luce un insieme architettonico che raramente si incontra al di fuori di Roma o di Atene.
L'antica Leptis nacque come approdo fenicio alla foce dell"uadi"(torrente) Labda, che creava un vero e proprio porto naturale a meta' strada tra Cartagine ed Alessandria.
Poco distante, Apollonia e Tolemaide assomigliano veramente a perle abbandonate sulla sabbia.
Ad Apollonia antico scalo maritmo di Cirene sono le basiliche di eta' bizantina,che, con le loro colonne in marmo azzurro, si stagliano eleganti sullo sfondo del mare. Del periodo di influenza greca e romana sono visibili il grazioso teatro teatro in riva al mare;il resto e' forse tutto da scoprire,sepolto ancora dalla sabbia del deserto.
Tolemaide, con le cisterne romane, tredici gallerie lunghe 18 mt. che si incrociano con quattro tunnel della lunghezza di oltre 50mt., fanno da giusto contrappeso al magnifico "palazzo delle colonne".
citta' che evocano vicende di gloria,ricchi commerci,intense attivita' culturali,che testimoniano l'eredita' romana in Libia.
Oggi le loro grandiose rovine assediate dal deserto,vivono in un magico silenzio il trascorrere del tempo.
Ricca di tesori archeologici unici al mondo,la sottile fascia costiera che separa il Mediterraneo dall'immenso deserto libico e' punteggiata da una serie interminabile di antiche vestigia:colonnati possenti,vie lastricate e intagliate nella roccia,anfiteatri romani,monumenti punici e basiliche bizantine, e ancora terme,ninfei,ginnasi e necropoli.
In Libia esiste un patrimonio archeologico paragonabile per grandiosita' all'acropoli di Atene o ai fori romani;ma offre un optional che Atene e Roma non possono permettersi :il sacro silenzio che si addice alle cose passate.
CYRENE:La fonte di Apollo.
"Cirene,orto dolcissimo,t'incorono di canti" intonava Pindaro nella sua ode dedicata ad Arcesilao,principe della citta' e auriga famoso,per celebrare la sua vittoria ai giochi di Pitia del 462a.c. I resti di due templi,il tempio di Artemide ed il grande santuario di Apollo, ed un altare marmoreo lungo oltre 22 mt. stanno a guardi perenne della preziosa sorgente che nel VII secolo spinse i coloni greci,provenienti dall'isola di Tera,a stabilirsi in questo punto dell'altipiano e a dar vita ad una fiorente citta'. Cirene raggiunse ben presto una posizione di privilegio su tutta la regone che chiude ad oriente il grande golfo della Sirte e che vedeva nelle piccole colonie costiere altrettanti punti d'arrivo delle vie carovaniere provenienti dal deserto e dal cuore dell'Africa.
Leptis Magna
"Bianca come un miraggio tra le dune del deserto"cosi' gli antichi viaggiatori di terra e di mare descrivevano Leptis Magna ai tempi del suo splendore.
Dal deserto giungevano le carovane che portavano avorio,gemme,pelli,schiavi neri e belve. Dalle grandi fattorie dei dintorni con i sistemi avanzati che nessuno e' piu' stato capace di ricostruire,venivano le olive e l'olio,pregiatissimo. E per le vie del mare,arrivavano dall'Italia e dalla Grecia le navi che importavano nei pesi d'Europa le ricchezze africane. Eppure questa citta' agiata,che i suoi abitanti,mercanti punici padroni di tutte le astuzie del commercio,facevano a gara per rendere sempre piu' bella,aveva proprio nel suo porto il suo tallone di Achille,che la condusse presto alla rovina e ne fece dimenticare per secoli la memoria.
Tadita da un porto sfortunato ;Furono i tentativi infelici di renderlo piu' eficiente,iniziati negli anni di Nerone imperatore, a causarne l'insabbiamento che porto' poi, lentamente, all'abbandono della citta'.Cosi', ai tempi della conquista araba,Leptis era gia' usata come deposito di pietre e marmi da costruzione.Una cava ricca,se si pensa che nel 1686 il console francese vi raccoglieva colonne e statue marmoree da trasferire a Prigi, per la costruzione di Versailles. Solo con l'occupazione italiana inizio' un sistematico lavoro di scavo archeologico, che porto' alla luce un insieme architettonico che raramente si incontra al di fuori di Roma o di Atene.
L'antica Leptis nacque come approdo fenicio alla foce dell"uadi"(torrente) Labda, che creava un vero e proprio porto naturale a meta' strada tra Cartagine ed Alessandria.
Poco distante, Apollonia e Tolemaide assomigliano veramente a perle abbandonate sulla sabbia.
Ad Apollonia antico scalo maritmo di Cirene sono le basiliche di eta' bizantina,che, con le loro colonne in marmo azzurro, si stagliano eleganti sullo sfondo del mare. Del periodo di influenza greca e romana sono visibili il grazioso teatro teatro in riva al mare;il resto e' forse tutto da scoprire,sepolto ancora dalla sabbia del deserto.
Tolemaide, con le cisterne romane, tredici gallerie lunghe 18 mt. che si incrociano con quattro tunnel della lunghezza di oltre 50mt., fanno da giusto contrappeso al magnifico "palazzo delle colonne".
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