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sabato 6 agosto 2011

LA SETTA DEI BEATI PAOLI

Nella Sicilia del XVIII secolo, schiacciata sotto il peso del malgoverno dei Viceré, il popolo per le strade vive nella miseria ed è costretto a sopportare soprusi di ogni sorta. Ma a Palermo, un tribunale segretissimo e terribile, agisce nell'ombra e nel mistero: la setta dei Beati Paoli.A loro ricorrevano gli oppressi e subito l'oppressore svaniva dalla faccia della terra...Benefattori per alcuni, criminali per altri, della setta ai giorni nostri è rimasto ancora vivo il ricordo tra i cunicoli della Palermo sotterranea...





La societa' segreta dei "Beati Paoli"nasce dallo strapotere e dai sopprusi dei nobili che,in virtu' del loro potere, amministravano nei loro feudi anche la giustizia criminale,ma sopprattutto sarebbe anche originata dalla carenza del braccio della giustizia amministrata dallo stato sempre al servizio dei potenti.

Di fronte a tale stato di cose,il popolo cercava di farsi giustizia con le proprie mani,non una giustizia individuale e quindi debole,ma amministrata da un organismo collettivo che agiva nell'ombra e con la massima segretezza.

LA PALERMO SETTECENTESCA
All'inizio del XVIII secolo,epoca in cui si svolgono i fatti,la citta' era ancora compresa entro la cinta muraria settecentesca che ne aveva bloccato ogni espansione.
La cinta muraria appariva ancora particolarmente munita;oltre ai due castelli ,quello superiore,il palazzo reale,abitato dal vicere' e quello inferiore detto "di mare",dieci possenti bastioni rafforzavano la cortina,e la loro difesa,in caso di attacchi esterni,era affidata alle maestranze cittadine.Altre fortificazioni erano costituite dalla Garitta posta all'imboccatura della Cala,dal forte del molo e dal fortino della lanterna che si trovavano nel molo nord.

I fortini di S.Erasmo,della Tonnarazza e del Sagramento,con le loro batterie poste a fior d'acqua,integravano le fortificazioni della costa,tra la citta' e la contrada di Romagnolo.

Le dodici porte che in quel tempo si aprivano lungo la cortina muraria permettevano ai cittadini di raggiungere facilmente le varie contrade rusticane dve,attorno ad antiche torri di campagna,si erano sviluppati bagli ed altre costruzioni per uso agricolo.     

venerdì 5 agosto 2011

L'OPERA DEI PUPI

L’ Opera dei Pupi è un particolare tipo di teatro delle marionette che si affermò stabilmente nell’Italia meridionale e soprattutto in Sicilia tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. 


I pupi siciliani dal latino “pupus”che significa,bambinello, sono le caratteristiche marionette armate del teatro epico popolare.
Essi si distinguono dalle altre marionette essenzialmente per la loro peculiare meccanica di manovra e per il repertorio, costituito quasi per intero da narrazioni cavalleresche derivate in gran parte da romanzi e poemi del ciclo carolingio,la chanson de geste che viene rievocata in maniera dinamica attraverso l’uso di una scenografia e di fondali dai colori vivaci. Appare, tuttavia, un richiamo alla più attuale tradizione boiardesca e di Ariosto per la dinamicità dei versi e la vitalità deipersonaggirappresentati.
I pupi a differenza delle marionette,non hanno fili;
i pupari con le aste  li muovono dall'alto  al ritmo degli scudi e delle spade,e  per fargli muovere la testa  e il braccio destro usano due aste di metallo.
Esistono in Sicilia due differenti tradizioni, o “stili”, dell’Opera dei Pupi: 
quella palermitana, affermatasi nella capitale e diffusa nella parte occidentale dell’isola, e quella catanese, affermatasi nella città etnea e diffusa, a grandi linee, nella parte orientale dell’isola ed anche in Calabria. 

Le due tradizioni differiscono per dimensioni e peso dei pupi, per alcuni aspetti della 
meccanica e del sistema di manovra, ma soprattutto per una diversa concezione teatrale e dello spettacolo, che ha fatto sì che nel catanese si affermasse un repertorio cavalleresco ben più ampio di quello palermitano e per molti aspetti diverso.

Il popolo, dunque, trovò i suoi eroi nell’Opera dei Pupi e nei racconti cavallereschi, questo spiega l’attenzione e la costanza con cui il pubblico seguiva, sera dopo sera, storie ed avventure che si protraevano anche per diversi mesi. 
La partecipazione del pubblico, alla rappresentazione, non era quindi passiva ma si spingeva fino al coinvolgimento emotivo: applaudendo i paladini e fischiando i i mori e a volte lanciando oggetti contro il palcoscenico o addirittura, in qualche caso, uno spettatore “esaltato” sparava, vere e proprie revolverate, contro il pupo “traditore”.


Il Repertorio Teatrale 
Tra le principali tematiche trattate dall'Opra occorre ricordare che quella prevalente è la trattazione di soggetti cavallereschi.  Le fonti principali per questo tema sono le Chanson De Geste e  il romanzo arturiano. Dalle Chansons de Geste deriva il Ciclo Carolingio che abbraccia un periodo storico che va dalla morte di Pipino il Breve a quella dell'Imperatore Carlo Magno. Il Ciclo di Carlo Magno prevede una sua particolare suddivisione: "La storia di Ettore e dei suoi discendenti", "I Reali di Francia da Costantino a Carlo Magno", "Storia dei Paladini di Francia, ”Guido Santo” e i discendenti di Carlo Magno. Questo ciclo, insieme a "La storia dell'Imperatore Trabazio" e "Il Guerin Meschino", sono stati rappresentati in tutta la Sicilia. 

Bisogna però attendere il 1858, quando l’intuito di un maestro elementare, tale Giusto Lodico, diede vita ad una poderosa opera in 4 volumi, intrecciando i vari poemi epico-cavallereschi del ‘400 e del ‘500, pubblicata in diverse edizioni, anche a dispense dal titolo “Storia dei Paladini di Francia”, che rappresenta tuttora il fondamento dell’opera dei pupi.
L’opera del Lo Dico è considerata la Bibbia degli opranti, essa è stata utilizzata come riferimento alla stesura delle sceneggiature utilizzate nelle rappresentazioni da tutti i pupari.

Descrivere la storia dei Paladini di Francia non è impresa facile poiché il più delle volte il mito supera la realtà e fa sì che avvenimenti storici, come l’episodio di Roncisvalle, perdano le loro connotazioni reali per sfociare nella leggenda.
Sostanzialmente la storia dei paladini di Francia narra le innumerevoli battaglie tra cristiani e mori nella Spagna dell’VIII secolo d.C. ed in particolare racconta della dolorosa sconfitta di Roncisvalle, in cui persero la vita, vittime di un’imboscata, le più valorose “spade” cristiane e fra tutte il prode Orlando ed il saggio Oliviero.

I Protagonisti: I Paladini
Il termine Paladino, dall’aggettivo latino palatinus (del palazzo), descrive ciascuno dei 12 Pari al servizio nell’esercito di Carlo Magno,  essi ricoprivano le cariche più alte dell’ordine militare e costituivano una sorta di guardia d’onore dell’Imperatore. I Paladini o Pari erano scelti personalmente da Carlo Magno e obbedivano solo al re, ciascuno dei Pari era un nobile, conte o duca, e doveva possedere particolari virtù: fede, lealtà, forza e sprezzo del pericolo.
Vi sono pareri discordanti circa i nomi dei 12 Pari, per alcuni testi essi erano: Orlando - Olivieri - Berengario - Ottone - Gerino - Ivo - Avorio - Genieri - Ansegi - Sansone - Gerardo - Engelieri
ORLANDO:è senza dubbio il protagonista indiscusso delle vicende dell'Opera dei pupi; egli è il più valoroso dei paladini di Carlo Magno, ed è un personaggio realmente esistito nel 700, le cui imprese eroiche sono cantate alla fine dell'XI secolo nella Chanson de Roland; caduto nella battaglia di Roncisvalle (778), questi divenne nelle chansons de geste il simbolo delle virtù eroiche e cortesi. 

Sulla scena egli è il più valoroso tra i cavalieri di Carlo Magno, a cui salva la vita, è dotato di grande coraggio ed è animato da sentimenti di grande fedeltà e lealtà nei confronti del suo re; tra i personaggi dell'Opera dei pupi è quello in cui maggiormente storia e leggenda si confondono.

Viene rappresentato con una colomba sul cimiero, sulla corazza e sullo scudo, porta  abiti e mantello rossi, la tipica faroncina, con delle calze lunghe a coscia.





CARLO MAGNO:  il potentissimo Imperatore di  Francia viene presentato in due versioni, la prima, da corte,  con  una  tunica  ricamata, una  ricca  corona  e un mantello di velluto; la seconda,  da battaglia che comprende  l’elmo  incoronato e  lo scudo esagonale  con  l’insegna  del  giglio di  Francia,  severo  il  volto, e scura  la barba.
Altre due figure che non potrebbero mancare e che ruotano costantemente attorno al protagonista, fungendo da corollario, sono ANGELICA:la donna saracena per cui lo stesso Orlando impazzisce d'amore perdendo il senno che soltanto sulla luna riuscirà a ritrovare.
RINALDO: cugino di Orlando, secondo cavaliere della corte di Carlo, dal carattere benevolmente ribelle, che lo ha reso particolarmente amato dal pubblico.
Viene rappresentato con il leone sul cimiero, sulla corazza e sullo scudo. I suoi abiti sono verdi.

Non possono certamente mancare, accanto ai personaggi che incarnano virtù quali il coraggio e l'onestà, altre figure - se vogliamo "negative" ma altrettanto indispensabili - che i paladini valorosi devono sconfiggere per riaffermare ogni volta la supremazia del bene sul male.  

Gano  di Magonza,  il traditore,  figura piccola  e goffa con grandi baffi,  lunga barba e degli sfregi in viso. Sullo scudo e sul petto ha incisa la M  dei Magonzesi, che il pubblico  interpretava  come malvagità e malizia e i guerrieri saraceni, dei quali si identificano i più importanti: Ferraù, Agramante, Marsilio, Agricane, Rodomonte, Mambrino, essi hanno come segno distintivo il volto scuro e truce ornato da baffi all’ingiù.              
I personaggi femminili si richiamano invece ad una visione bambolesca della donna, dal viso rotondo ed ingenuo,  dagli  occhi  vividi a da  lunghi capelli ricadenti sulle spalle; le  guerriere (BRADAMANTE)
invece, sono caratterizzate da armature ed armi con le insegne del  proprio casato. 
Particolare attenzione merita:DAMA ROVENZA,


regina di Soria, figlia del Barbassore della Montagna, oltre a combattere con un pesante martello d’acciaio, ha l’armatura incantata, e nessuno dei valorosi paladini di Carlo Magno riesce durante i combattimenti a sopraffarla.
Dama Rovenza di Soria assedia Parigi per vendicare Mambrino, ucciso da Rinaldo. Rovenza, armata di un temibile martello, è stata resa invulnerabile dal mago Tuttofuoco. Il negromante Malagigi, cugino e aiutante magico di Rinaldo, dopo una memorabile sfida infernale e grazie all’intervento dell’Onnipotente, trionfa su Tuttofuoco. Rinaldo, nonostante le trame di Gano di Magonza, giunge sotto Parigi ed affronta Rovenza, che è riuscita a stordire perfino Orlando. Malagigi rivela a Rinaldo l’unico punto vulnerabile della saracena e lo scaltro paladino riesce con uno stratagemma ad ucciderla e a salvare Parigi.

mercoledì 30 marzo 2011

Rocky - Il rè della vucciria

 "LO SI CONSUMA IN PIEDI,A GAMBE DIVARICATE PER EVITARE DI SPORCARSI I VESTITI."
Tutti i Palermitani, e dico tutti senza tema di smentita, si sono fermati almeno una volta alla Cala a gustare l’inimitabile “pani ca’ meusa”, con in sottofondo lo sfrigolio dello strutto a contatto delle interiora di vitello. Provate a fare mente locale...qual è la postura che “geneticamente” un Palermitano assume nella consumazione del “mezzopane”? Si sta in piedi, gambe appena divaricate per permettere alla testa di allungarsi e dunque rendere vano lo sforzo profuso dallo strutto gocciolante di sporcare i vestiti. Ah! Dimenticavo...non provate, a meno che non vogliate apparire ridicoli, a tradurre “pani ca’ meusa” in “pane con la milza”. La traduzione infatti non riesce a renderebbe perfettamente l’idea, infatti la materia prima non è costituita dalla sola milza ma dall’intero “campanaro”, ossia polmoni, trachea, bronchi ed appunto la milza. 

Buon appetito!   

L’origine di questa pietanza è antica.Nel quartiere ebraico del Seralcadio (nella piazzetta dei “caldumai”, che significa venditori di interiora) era ubicato il macello cittadino (fino al 1837). In questo macello veniva anche prodotta “a saimi” (lo strutto, dallo spagnolo “saim”) che veniva poi esportata in tutti i possedimenti spagnoli.Molti ebrei erano dediti all’arte della macellazione, il bestiame veniva abbattuto seguendo una certa ritualità alla presenza di rabbini o imam (se si trattava di musulmani). I macellai però non potevano ricevere un compenso per il loro mestiere (un po’ atroce), perché la loro religione lo vietava. Come ricompensa trattenevano per sé le interiora dell’animale, da cui potevano ricavare un guadagno.
Inventarono così una pietanza riservata ai cristiani, composta da frattaglie bollite, condite con ricotta o formaggio, unite al pane, da mangiare per strada con le mani (secondo un usanza trasmessa dai musulmani). Tutti così erano accontentati, c’era chi poteva guadagnare senza contravvenire alle proprie tradizioni e chi poteva mangiare un ottimo, nutriente ed economico panino (in tempi in cui era difficile per il popolo mangiare a base di carne).Dopo la scomparsa della comunità ebraica, la loro attività fu continuata dai locali “caciuttari” che già erano dediti alla vendita di un panino inzuppato nello strutto caldo e condito con ricotta e formaggio. I caciuttari (divenuti a questo punto meusari) acquistavano al macello le frattaglie, che prima bollite e poi soffritte nello strutto venivano aggiunte al loro panino con formaggio.Oggi il meusaro continua la propria attività tramandandosela di padre in figlio, è un mestiere remunerativo poiché anche se il costo di ogni panino è veramente basso (circa 1, 50 €), possono contare sulla quantità che a Palermo è assicurata.
I più famosi sono Ninu u ballarinu di corso Livuzza (Via Finocchiaro Aprile), i Basile della Vucciria, L’antica focacceria di Porta Carbone (alla Cala), Francu u Vastiddaru in corso Vittorio Emanuele (Piazza Marina) e la famosissima Antica Focacceria San Francesco (nell’omonima piazza).

sabato 26 febbraio 2011

IL FASCINO NASCOSTO DEL TATUAGGIO


Un tatuaggio sul corpo attira l’attenzione e accende la fantasia di chi guarda.  Quello che ti tatui conta. Così come conta la parte del corpo che ti tatui.
 Una rosa sulla spalla, su un braccio o su una gamba, oppure sulla caviglia, sul seno, o all’inguine comunicano messaggi decisamente diversi. Le donne si fanno disegnare sul fondoschiena, da esibire con i pantaloni a vita bassa, che hanno un esplicito richiamo sessuale.
Nell’antichità ci si tatuava con un significato tribale, che indicava l’appartenenza a un certo gruppo sociale e non a un altro,
oggi tatuarsi ha il significato opposto: in una società diventata mercato globale il tatuaggio equivale spesso a un accessorio che serve a mostrare l’individualità, non la comunione, la differenza del proprio corpo - e quindi del proprio essere - rispetto a quello degli altri.
Ecco perché i tatuaggi catturano sempre l’attenzione, perché comunicano l’idea che ci sia qualcosa di nascosto da scoprire nella persona che li porta. Che ha voglia di comunicarlo al mondo, visto che se l’è inciso sulla pelle.






                                   


venerdì 3 settembre 2010

PALERMO DIMENTICATA

“La guerra è finita nel 1945 e Palermo è l’unica grande città europea con le ferite dei bombardamenti ancora aperte… Dalla fine del conflitto si sono alternati tutti i colori e le stagioni politiche ma questo sconcio non è mai stato risolto“.



Godere del nostro patrimonio culturale è un diritto di tutti, ma spesso o ce ne dimentichiamo o ignoriamo il suo valore, permettendo di lasciare gran parte di questo in uno stato di degrado ed abbandono.

domenica 13 giugno 2010

ROMAGNOLO - ACQUA DEI CORSARI : Il bel litorale perso

Palermo è stata da sempre il nodo commerciale e culturale fra Oriente e Occidente. Al centro del Mediterraneo, luogo strategico di transito, è stata approdo di popoli, di razze, lingue e religioni molto diverse fra loro. Palermo da "Panormus"tuttoporto  è una delle poche città marinare che ha un difficile rapporto con il mare. Poche le abitazioni che guardano il mare, nessuna passeggiata sul lungomare. 




O meglio, una volta, fino agli anni Quaranta, la passeggiata esisteva, quando una grande balconata che si estendeva lungo tutto il foro Italico, consentiva ai passanti di affacciarsi e guardare le onde che si infrangevano sugli scogli sottostanti.
Poi le rovine della guerra, scaricate lungo il litorale, hanno formato un enorme terrapieno, che oggi, finalmente!, con la realizzazione del giardino costituisce una piacevole oasi di verde e consente di raggiungere, sia pure con una bella passeggiata, il mare

In città l´esperienza balneare dei primordi non fu un fenomeno popolare, bensì una prerogativa della aristocrazia
Un tratto di costa, da sempre prediletto dai palermitani, è quello, all’ingresso della città, che va dalla colonnina dell’Immacolata fino ad Acqua dei Corsari e che abbraccia Romagnolo, lo Sperone e la  Bandita.
Era qui che dall’inizio del secolo scorso, fino agli anni Settanta, quando ancora le discariche non avevano costretto ad innalzare divieti di balneazione in tutta la zona, si veniva a fare i bagni negli stabilimenti, che si allineavano l’ uno accanto all’altro lungo la costa e che erano famosi per le loro comode attrezzature e per i pontili in legno, spesso muniti di trampolini, che si allungavano fino a mare consentendo ai bagnanti di scendere in acqua con una comoda scaletta o con uno spericolato tuffo. Per un certo periodo ai pontili attraccava addirittura un vaporetto che faceva rotta per Mondello


Nel litorale di Romagnolo il primo stabilimento che si incontrava, per chi proveniva dalla città, era quello chiamato Risorgimento Italiano: sorgeva presso la Colonnella, nello stesso luogo in cui in precedenza era stato impiantato lo Stabilimento Elena e, ancora prima, l´antico Stabilimento balneare Margherita. Questo era un «grande Stabilimento balneare per sole donne e marito e moglie, fornito di acqua di Scillato», come reclamizzato in un calendario pubblicitario del 1899.
Gli stabilimenti balneari di Romagnolo erano frequentati da una variopinta folla cittadina che vi trascorreva le calde giornate d’estate, trattenendosi in spiaggia dalle prime ore del mattino fino a sera tarda. 

Stabilimento Trieste-Virzì (1896)
Stabilimento Delizia-Petrucci (1900). 

Oltre alla Colonnella sorgevano, invece, due luoghi simbolo delle estati balneari palermitane lo Stabilimento Trieste-Virzì (1896) e lo Stabilimento Delizia-Petrucci (1900). hj
Antonino Virzì fu il fondatore dello stabilimento Trieste-Virzì. A lui subentrò nella gestione il figlio Francesco Paolo e, a partire dagli anni Trenta, i suoi nipoti, uno dei quali andò a gestire una succursale allo Sperone, chiamata Stabilimento Trieste Stella. Dalla fine degli anni Trenta le strutture dello Stabilimento Virzì furono realizzate in muratura lungo l´arenile, e si distinsero per la presenza di due grandi terrazze: una posta all´ingresso dello stabilimento e l´altra costruita sopra un gruppo di cabine, direttamente sul mare.
Lo Stabilimento Delizia-Petrucci, invece, fu fondato da Antonino Petrucci, soprannominato "il galantuomo". Sorgeva davanti al vicolo Spanò e fu gestito dal fondatore fino alla sua morte nel 1922, quando subentrò la vedova Giulia Zunica. Di anno in anno, i due stabilimenti vennero implementati e migliorati. Il Lido Petrucci era dotato di un´altalena e un trampolino per i tuffi, raggiungibili dalla riva a bordo di un´imbarcazione, e di un "campo di nuoto", fiancheggiato da imponenti gradinate dalle quali si poteva assistere alle gare sportive organizzate fra le squadre degli stabilimenti. Presso l´arenile del Lido Trieste-Virzì, invece, veniva innalzata annualmente una monumentale giostra. 
Lo Stabilimento Delizia-Petrucci, in particolare, rinnovava annualmente la sua campagna pubblicitaria inviando agli abituali clienti delle allettanti cartoline postali che, oltre ad elencare i servizi di cui potere usufruire, fra cui:..”Gabine prospicienti sul mare con libera e spontanea circolazione di aria iodata, pomeriggi speciali, serate, orchestra, radiogrammofono, rosticceria e smercio di frutta fresca”, contenevano alcuni versi (un po’ sgrammaticati!) che culminavano con “Chi da Petrucci vien, più non va via:vi si vive,vi si gode e vi si pappa...”.
L’ invito veniva entusiasticamente raccolto dalle famiglie palermitane, corredate da un incredibile numero di bambini di ogni età, ma la proposta di cibi da acquistare in rosticceria veniva sdegnosamente rifiutata a favore di un bel tegame di pasta al sugo preparata dalle donne di casa e di una capace teglia di sarde a beccafico, trionfalmente portati dai più robusti esponenti della parentela. A tarda sera, poi, quando finalmente le compagini familiari, trascinandosi dietro i bambini insonnoliti o addirittura addormentati, lasciavano libero il campo, gli stabilimenti si illuminavano di luci e di suoni per far spazio a comitive più giovani che non intendevano rinunziare al tradizionale bagno di mezzanotte.


L´esperienza balneare della contrada Sperone risale al 1928 ed è legata principalmente ai Bagni della Salute, in contrada Vetrana, impiantati da Angelo Castelli. Accanto a questi, vi era anche uno stabilimento gestito da Vito Bajamonte e lo Stabilimento balneare Savoja di Bernardo Rizzo. Anche alla Bandita, di fronte alla Vetreria Caruso, sorsero nel tempo piccole strutture legate alla balneazione come quelle del 1926 realizzate da Francesco Ermini e, poi passate, nel 1928, alla gestione di Francesco Paolo Sinagra.

Nella zona di Acqua dei Corsari, la realizzazione di una prima struttura risale al 1928 grazie a una istanza presentata dal sacerdote Vincenzo Palermo. Qui, a partire dal 1930, sorse anche lo Stabilimento Santa Rita. Lungo il litorale di Acqua dei Corsari c´era anche il Lido Olimpo ma siamo già nel dopoguerra, aperto nel 1951 dalla famiglia Nolano, e lo Stabilimento Bagni Italia.
La borghesia e la aristocrazia cittadina snobbavano le spiagge di Romagnolo, prediligendo il lido dell’Acquasanta, ma soprattutto Mondello, la ridente cittadina marinara, nata negli anni Trenta, dove avevano sede anche i circoli nautici della città. Il litorale di Romagnolo, tuttavia restava meta prediletta degli abituali frequentatori dei ristoranti a mare, SantopalatoDi Filippo, ma soprattutto Spanò, il più antico di Palermo che si allungava sul mare con palafitte che cul- minavano nelle ampie terrazze del locale, sempre affollatissime da una affezionata clientela.
Da Spanò ,famoso fra tutti i buongustai e' considerato, fino agli anni Settanta, degno di competere con la famosa “ ‘zi Teresa” napoletana, si assaggiavano pasta con sarde e fritti di calamari e gamberi, splendide aragoste, insieme a tradizionali piatti palermitani e specialità provenienti dalle cucine di altre regioni. Negli anni Sessanta, poi, nei pressi della Bandita, era sorto un nuovo ristorante, Renato, che in breve aveva acquisito grande notorietà, soprattutto per i pregiati vini della sua cantina. Punto di ritrovo per i giovani della Palermo bene che volevano esercitarsi nell’arte venatoria era poi, la Tavernetta del Tiro al piccione, conosciuta anche come stand Florio, la pittoresca palazzina in stile moresco, costruita nel 1905 su progetto di Ernesto Basile, poco oltre la stazione a scartamento ridotto di Sant’Erasmo, la bella struttura in ghisa per molti anni abbandonata e ultimamente restaurata per ospitare le manifestazioni di Kals’ Art. Negli ultimi anni, purtroppo, tutta questa parte del litorale palermitano ha subito un forte degrado, 




parzialmente sanato da alcuni spazi recentemente adibiti a spiaggia pubblica (con divieto di balneazione!) e da un grazioso giardinetto realizzato dalla circoscrizione di zona di Acqua dei Corsari.

mercoledì 2 giugno 2010

LA CONCA D'ORO

"In ogni parte e ad ogni passo si incontrano tra i nostri campi, villaggi: ovunque e ad ogni passo orti e giardini: e tutta la campagna è così amena coltivata e ricca di frutta...le coste dei monti sono tutte verdi, ricche di alberi e liete di colture. Gli ulivi, le viti, i mandorli, il sommacco, i fichi d’India...”(Domenico Scina')


“la città è circondata dall’immenso aranceto chiamato la Conca d’Oro: questo bosco di un verde cupo si estende, come una macchia scura, ai piedi della montagna grigia...un alito continuo sale dalla foresta profumata, un alito che inebria la mente...quell’odore che vi avvolge ad un tratto, che fonde la delicata sensazione dei profumi con la gioia artistica della mente, vi tuffa per alcuni secondi in un benessere del pensiero e del corpo che sovrasta la felicità”.(G. De Maupassant)


Palermo sembra aver dimenticato la storia della sua "Conca d'oro" e ignora quanto grande sia ancora  il valore produttivo, culturale e ambientale di cio' che rimane del suo verde agricolo tradizionale. 


La Fossa della Garofala - L'ultimo lembo di Conca d'Oro sull'antico alveo del  fiume Kemonia 
 Un lembo di Conca d'Oro sopravvissuto miracolosamente all'avanzata del cemento , racchiusa fra i palazzi di corso Pisani e la cittadella universitaria di viale delle Scienze, un paesaggio dimenticato di Palermo, di ipogei e complessi sistemi di irrigazione, di specie botaniche esotiche e di esemplari di macchia mediterranea.


 Quindici ettari di terreno che fu parte dell'elegante parco di Luigi Filippo d'Orléans che si sviluppa lungo l'originario tracciato del fiume Kemonia, che assieme al Papireto delimitava la città punica. Il nome deriva dal primo proprietario di cui si conosce l'identità , Onorio Garofalo, alla fine del XV secolo. Poche le notizie successive, fino all'acquisto, alla fine del Settecento, da parte del principe di Aci, che vi realizza una stazione agricola sperimentale, una tenuta di caccia e un castelletto ancora visibile che sorge su un terreno privato.
Nel 1809 Luigi Filippo d'Orléans, sposando Maria Amelia di Borbone, figlia di Ferdinando IV, lo acquisisce come dote della moglie e vi realizza il suo parco fuori le mura. Il duca Enrico d'Aumale, figlio di Luigi Filippo, amplia il possedimento, realizzando una tenuta agricola fra le più belle della Conca d'Oro. Dalla fine del XIX secolo il parco si avvia verso una fase di abbandono, fino a quando - intorno al 1950 - viene comprato dall'Università .

Per la sua particolare conformazione geologica calcarenitica, la Fossa della Garofala fu utilizzata come cava a cielo aperto per l'estrazione di materiale edile dal periodo punico e romano fino al XVII secolo. Molto interessante è il complesso di gallerie e cisterne che si dipartono da una cavità , al centro della quale si trova un gazebo in ghisa di fine Ottocento che sovrasta un'enorme vasca circolare. Ma non minore è l'interesse botanico. Un'idea di parco, diffusa nell'Ottocento, dove l'utile e il dilettevole si confondono, dove emergono tra la vegetazione manufatti funzionali alla coltivazione e ispirati alle tecniche agricole arabe: gebbie, pozzetti di derivazione, condotte di adduzione in terracotte, torri per il sollevamento dell'acqua che, prelevata dai pozzi, veniva distribuita in tutto il parco.


http://www.unipa.it/~arbor/varie/brochure_garofala.pdf



 

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