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mercoledì 30 marzo 2011

Rocky - Il rè della vucciria

 "LO SI CONSUMA IN PIEDI,A GAMBE DIVARICATE PER EVITARE DI SPORCARSI I VESTITI."
Tutti i Palermitani, e dico tutti senza tema di smentita, si sono fermati almeno una volta alla Cala a gustare l’inimitabile “pani ca’ meusa”, con in sottofondo lo sfrigolio dello strutto a contatto delle interiora di vitello. Provate a fare mente locale...qual è la postura che “geneticamente” un Palermitano assume nella consumazione del “mezzopane”? Si sta in piedi, gambe appena divaricate per permettere alla testa di allungarsi e dunque rendere vano lo sforzo profuso dallo strutto gocciolante di sporcare i vestiti. Ah! Dimenticavo...non provate, a meno che non vogliate apparire ridicoli, a tradurre “pani ca’ meusa” in “pane con la milza”. La traduzione infatti non riesce a renderebbe perfettamente l’idea, infatti la materia prima non è costituita dalla sola milza ma dall’intero “campanaro”, ossia polmoni, trachea, bronchi ed appunto la milza. 

Buon appetito!   

L’origine di questa pietanza è antica.Nel quartiere ebraico del Seralcadio (nella piazzetta dei “caldumai”, che significa venditori di interiora) era ubicato il macello cittadino (fino al 1837). In questo macello veniva anche prodotta “a saimi” (lo strutto, dallo spagnolo “saim”) che veniva poi esportata in tutti i possedimenti spagnoli.Molti ebrei erano dediti all’arte della macellazione, il bestiame veniva abbattuto seguendo una certa ritualità alla presenza di rabbini o imam (se si trattava di musulmani). I macellai però non potevano ricevere un compenso per il loro mestiere (un po’ atroce), perché la loro religione lo vietava. Come ricompensa trattenevano per sé le interiora dell’animale, da cui potevano ricavare un guadagno.
Inventarono così una pietanza riservata ai cristiani, composta da frattaglie bollite, condite con ricotta o formaggio, unite al pane, da mangiare per strada con le mani (secondo un usanza trasmessa dai musulmani). Tutti così erano accontentati, c’era chi poteva guadagnare senza contravvenire alle proprie tradizioni e chi poteva mangiare un ottimo, nutriente ed economico panino (in tempi in cui era difficile per il popolo mangiare a base di carne).Dopo la scomparsa della comunità ebraica, la loro attività fu continuata dai locali “caciuttari” che già erano dediti alla vendita di un panino inzuppato nello strutto caldo e condito con ricotta e formaggio. I caciuttari (divenuti a questo punto meusari) acquistavano al macello le frattaglie, che prima bollite e poi soffritte nello strutto venivano aggiunte al loro panino con formaggio.Oggi il meusaro continua la propria attività tramandandosela di padre in figlio, è un mestiere remunerativo poiché anche se il costo di ogni panino è veramente basso (circa 1, 50 €), possono contare sulla quantità che a Palermo è assicurata.
I più famosi sono Ninu u ballarinu di corso Livuzza (Via Finocchiaro Aprile), i Basile della Vucciria, L’antica focacceria di Porta Carbone (alla Cala), Francu u Vastiddaru in corso Vittorio Emanuele (Piazza Marina) e la famosissima Antica Focacceria San Francesco (nell’omonima piazza).

sabato 26 febbraio 2011

IL FASCINO NASCOSTO DEL TATUAGGIO


Un tatuaggio sul corpo attira l’attenzione e accende la fantasia di chi guarda.  Quello che ti tatui conta. Così come conta la parte del corpo che ti tatui.
 Una rosa sulla spalla, su un braccio o su una gamba, oppure sulla caviglia, sul seno, o all’inguine comunicano messaggi decisamente diversi. Le donne si fanno disegnare sul fondoschiena, da esibire con i pantaloni a vita bassa, che hanno un esplicito richiamo sessuale.
Nell’antichità ci si tatuava con un significato tribale, che indicava l’appartenenza a un certo gruppo sociale e non a un altro,
oggi tatuarsi ha il significato opposto: in una società diventata mercato globale il tatuaggio equivale spesso a un accessorio che serve a mostrare l’individualità, non la comunione, la differenza del proprio corpo - e quindi del proprio essere - rispetto a quello degli altri.
Ecco perché i tatuaggi catturano sempre l’attenzione, perché comunicano l’idea che ci sia qualcosa di nascosto da scoprire nella persona che li porta. Che ha voglia di comunicarlo al mondo, visto che se l’è inciso sulla pelle.






                                   


venerdì 3 settembre 2010

PALERMO DIMENTICATA

“La guerra è finita nel 1945 e Palermo è l’unica grande città europea con le ferite dei bombardamenti ancora aperte… Dalla fine del conflitto si sono alternati tutti i colori e le stagioni politiche ma questo sconcio non è mai stato risolto“.



Godere del nostro patrimonio culturale è un diritto di tutti, ma spesso o ce ne dimentichiamo o ignoriamo il suo valore, permettendo di lasciare gran parte di questo in uno stato di degrado ed abbandono.

domenica 13 giugno 2010

ROMAGNOLO - ACQUA DEI CORSARI : Il bel litorale perso

Palermo è stata da sempre il nodo commerciale e culturale fra Oriente e Occidente. Al centro del Mediterraneo, luogo strategico di transito, è stata approdo di popoli, di razze, lingue e religioni molto diverse fra loro. Palermo da "Panormus"tuttoporto  è una delle poche città marinare che ha un difficile rapporto con il mare. Poche le abitazioni che guardano il mare, nessuna passeggiata sul lungomare. 




O meglio, una volta, fino agli anni Quaranta, la passeggiata esisteva, quando una grande balconata che si estendeva lungo tutto il foro Italico, consentiva ai passanti di affacciarsi e guardare le onde che si infrangevano sugli scogli sottostanti.
Poi le rovine della guerra, scaricate lungo il litorale, hanno formato un enorme terrapieno, che oggi, finalmente!, con la realizzazione del giardino costituisce una piacevole oasi di verde e consente di raggiungere, sia pure con una bella passeggiata, il mare

In città l´esperienza balneare dei primordi non fu un fenomeno popolare, bensì una prerogativa della aristocrazia
Un tratto di costa, da sempre prediletto dai palermitani, è quello, all’ingresso della città, che va dalla colonnina dell’Immacolata fino ad Acqua dei Corsari e che abbraccia Romagnolo, lo Sperone e la  Bandita.
Era qui che dall’inizio del secolo scorso, fino agli anni Settanta, quando ancora le discariche non avevano costretto ad innalzare divieti di balneazione in tutta la zona, si veniva a fare i bagni negli stabilimenti, che si allineavano l’ uno accanto all’altro lungo la costa e che erano famosi per le loro comode attrezzature e per i pontili in legno, spesso muniti di trampolini, che si allungavano fino a mare consentendo ai bagnanti di scendere in acqua con una comoda scaletta o con uno spericolato tuffo. Per un certo periodo ai pontili attraccava addirittura un vaporetto che faceva rotta per Mondello


Nel litorale di Romagnolo il primo stabilimento che si incontrava, per chi proveniva dalla città, era quello chiamato Risorgimento Italiano: sorgeva presso la Colonnella, nello stesso luogo in cui in precedenza era stato impiantato lo Stabilimento Elena e, ancora prima, l´antico Stabilimento balneare Margherita. Questo era un «grande Stabilimento balneare per sole donne e marito e moglie, fornito di acqua di Scillato», come reclamizzato in un calendario pubblicitario del 1899.
Gli stabilimenti balneari di Romagnolo erano frequentati da una variopinta folla cittadina che vi trascorreva le calde giornate d’estate, trattenendosi in spiaggia dalle prime ore del mattino fino a sera tarda. 

Stabilimento Trieste-Virzì (1896)
Stabilimento Delizia-Petrucci (1900). 

Oltre alla Colonnella sorgevano, invece, due luoghi simbolo delle estati balneari palermitane lo Stabilimento Trieste-Virzì (1896) e lo Stabilimento Delizia-Petrucci (1900). hj
Antonino Virzì fu il fondatore dello stabilimento Trieste-Virzì. A lui subentrò nella gestione il figlio Francesco Paolo e, a partire dagli anni Trenta, i suoi nipoti, uno dei quali andò a gestire una succursale allo Sperone, chiamata Stabilimento Trieste Stella. Dalla fine degli anni Trenta le strutture dello Stabilimento Virzì furono realizzate in muratura lungo l´arenile, e si distinsero per la presenza di due grandi terrazze: una posta all´ingresso dello stabilimento e l´altra costruita sopra un gruppo di cabine, direttamente sul mare.
Lo Stabilimento Delizia-Petrucci, invece, fu fondato da Antonino Petrucci, soprannominato "il galantuomo". Sorgeva davanti al vicolo Spanò e fu gestito dal fondatore fino alla sua morte nel 1922, quando subentrò la vedova Giulia Zunica. Di anno in anno, i due stabilimenti vennero implementati e migliorati. Il Lido Petrucci era dotato di un´altalena e un trampolino per i tuffi, raggiungibili dalla riva a bordo di un´imbarcazione, e di un "campo di nuoto", fiancheggiato da imponenti gradinate dalle quali si poteva assistere alle gare sportive organizzate fra le squadre degli stabilimenti. Presso l´arenile del Lido Trieste-Virzì, invece, veniva innalzata annualmente una monumentale giostra. 
Lo Stabilimento Delizia-Petrucci, in particolare, rinnovava annualmente la sua campagna pubblicitaria inviando agli abituali clienti delle allettanti cartoline postali che, oltre ad elencare i servizi di cui potere usufruire, fra cui:..”Gabine prospicienti sul mare con libera e spontanea circolazione di aria iodata, pomeriggi speciali, serate, orchestra, radiogrammofono, rosticceria e smercio di frutta fresca”, contenevano alcuni versi (un po’ sgrammaticati!) che culminavano con “Chi da Petrucci vien, più non va via:vi si vive,vi si gode e vi si pappa...”.
L’ invito veniva entusiasticamente raccolto dalle famiglie palermitane, corredate da un incredibile numero di bambini di ogni età, ma la proposta di cibi da acquistare in rosticceria veniva sdegnosamente rifiutata a favore di un bel tegame di pasta al sugo preparata dalle donne di casa e di una capace teglia di sarde a beccafico, trionfalmente portati dai più robusti esponenti della parentela. A tarda sera, poi, quando finalmente le compagini familiari, trascinandosi dietro i bambini insonnoliti o addirittura addormentati, lasciavano libero il campo, gli stabilimenti si illuminavano di luci e di suoni per far spazio a comitive più giovani che non intendevano rinunziare al tradizionale bagno di mezzanotte.


L´esperienza balneare della contrada Sperone risale al 1928 ed è legata principalmente ai Bagni della Salute, in contrada Vetrana, impiantati da Angelo Castelli. Accanto a questi, vi era anche uno stabilimento gestito da Vito Bajamonte e lo Stabilimento balneare Savoja di Bernardo Rizzo. Anche alla Bandita, di fronte alla Vetreria Caruso, sorsero nel tempo piccole strutture legate alla balneazione come quelle del 1926 realizzate da Francesco Ermini e, poi passate, nel 1928, alla gestione di Francesco Paolo Sinagra.

Nella zona di Acqua dei Corsari, la realizzazione di una prima struttura risale al 1928 grazie a una istanza presentata dal sacerdote Vincenzo Palermo. Qui, a partire dal 1930, sorse anche lo Stabilimento Santa Rita. Lungo il litorale di Acqua dei Corsari c´era anche il Lido Olimpo ma siamo già nel dopoguerra, aperto nel 1951 dalla famiglia Nolano, e lo Stabilimento Bagni Italia.
La borghesia e la aristocrazia cittadina snobbavano le spiagge di Romagnolo, prediligendo il lido dell’Acquasanta, ma soprattutto Mondello, la ridente cittadina marinara, nata negli anni Trenta, dove avevano sede anche i circoli nautici della città. Il litorale di Romagnolo, tuttavia restava meta prediletta degli abituali frequentatori dei ristoranti a mare, SantopalatoDi Filippo, ma soprattutto Spanò, il più antico di Palermo che si allungava sul mare con palafitte che cul- minavano nelle ampie terrazze del locale, sempre affollatissime da una affezionata clientela.
Da Spanò ,famoso fra tutti i buongustai e' considerato, fino agli anni Settanta, degno di competere con la famosa “ ‘zi Teresa” napoletana, si assaggiavano pasta con sarde e fritti di calamari e gamberi, splendide aragoste, insieme a tradizionali piatti palermitani e specialità provenienti dalle cucine di altre regioni. Negli anni Sessanta, poi, nei pressi della Bandita, era sorto un nuovo ristorante, Renato, che in breve aveva acquisito grande notorietà, soprattutto per i pregiati vini della sua cantina. Punto di ritrovo per i giovani della Palermo bene che volevano esercitarsi nell’arte venatoria era poi, la Tavernetta del Tiro al piccione, conosciuta anche come stand Florio, la pittoresca palazzina in stile moresco, costruita nel 1905 su progetto di Ernesto Basile, poco oltre la stazione a scartamento ridotto di Sant’Erasmo, la bella struttura in ghisa per molti anni abbandonata e ultimamente restaurata per ospitare le manifestazioni di Kals’ Art. Negli ultimi anni, purtroppo, tutta questa parte del litorale palermitano ha subito un forte degrado, 




parzialmente sanato da alcuni spazi recentemente adibiti a spiaggia pubblica (con divieto di balneazione!) e da un grazioso giardinetto realizzato dalla circoscrizione di zona di Acqua dei Corsari.

mercoledì 2 giugno 2010

LA CONCA D'ORO

"In ogni parte e ad ogni passo si incontrano tra i nostri campi, villaggi: ovunque e ad ogni passo orti e giardini: e tutta la campagna è così amena coltivata e ricca di frutta...le coste dei monti sono tutte verdi, ricche di alberi e liete di colture. Gli ulivi, le viti, i mandorli, il sommacco, i fichi d’India...”(Domenico Scina')


“la città è circondata dall’immenso aranceto chiamato la Conca d’Oro: questo bosco di un verde cupo si estende, come una macchia scura, ai piedi della montagna grigia...un alito continuo sale dalla foresta profumata, un alito che inebria la mente...quell’odore che vi avvolge ad un tratto, che fonde la delicata sensazione dei profumi con la gioia artistica della mente, vi tuffa per alcuni secondi in un benessere del pensiero e del corpo che sovrasta la felicità”.(G. De Maupassant)


Palermo sembra aver dimenticato la storia della sua "Conca d'oro" e ignora quanto grande sia ancora  il valore produttivo, culturale e ambientale di cio' che rimane del suo verde agricolo tradizionale. 


La Fossa della Garofala - L'ultimo lembo di Conca d'Oro sull'antico alveo del  fiume Kemonia 
 Un lembo di Conca d'Oro sopravvissuto miracolosamente all'avanzata del cemento , racchiusa fra i palazzi di corso Pisani e la cittadella universitaria di viale delle Scienze, un paesaggio dimenticato di Palermo, di ipogei e complessi sistemi di irrigazione, di specie botaniche esotiche e di esemplari di macchia mediterranea.


 Quindici ettari di terreno che fu parte dell'elegante parco di Luigi Filippo d'Orléans che si sviluppa lungo l'originario tracciato del fiume Kemonia, che assieme al Papireto delimitava la città punica. Il nome deriva dal primo proprietario di cui si conosce l'identità , Onorio Garofalo, alla fine del XV secolo. Poche le notizie successive, fino all'acquisto, alla fine del Settecento, da parte del principe di Aci, che vi realizza una stazione agricola sperimentale, una tenuta di caccia e un castelletto ancora visibile che sorge su un terreno privato.
Nel 1809 Luigi Filippo d'Orléans, sposando Maria Amelia di Borbone, figlia di Ferdinando IV, lo acquisisce come dote della moglie e vi realizza il suo parco fuori le mura. Il duca Enrico d'Aumale, figlio di Luigi Filippo, amplia il possedimento, realizzando una tenuta agricola fra le più belle della Conca d'Oro. Dalla fine del XIX secolo il parco si avvia verso una fase di abbandono, fino a quando - intorno al 1950 - viene comprato dall'Università .

Per la sua particolare conformazione geologica calcarenitica, la Fossa della Garofala fu utilizzata come cava a cielo aperto per l'estrazione di materiale edile dal periodo punico e romano fino al XVII secolo. Molto interessante è il complesso di gallerie e cisterne che si dipartono da una cavità , al centro della quale si trova un gazebo in ghisa di fine Ottocento che sovrasta un'enorme vasca circolare. Ma non minore è l'interesse botanico. Un'idea di parco, diffusa nell'Ottocento, dove l'utile e il dilettevole si confondono, dove emergono tra la vegetazione manufatti funzionali alla coltivazione e ispirati alle tecniche agricole arabe: gebbie, pozzetti di derivazione, condotte di adduzione in terracotte, torri per il sollevamento dell'acqua che, prelevata dai pozzi, veniva distribuita in tutto il parco.


http://www.unipa.it/~arbor/varie/brochure_garofala.pdf



martedì 25 maggio 2010

La Sicilia non vuole cambiare

"NOI FUMMO I GATTOPARDI,I LEONI; QUELLI CHE CI SOSTITUIRANNO SARANNO GLI SCIACALLETTI,LE IENE; E TUTTI QUANTI GATTOPARDI,LEONI,SCIACALLI E PECORE , CONTINUERANNO A CREDERCI IL SALE DELLA TERRA"..



Noi Siciliani siamo stati avvezzi da una lunghissima egemonia di governanti che non erano della nostra religione,che non parlavano la nostra lingua,a spaccare i capelli in quattro.Se non si faceva cosi' non si sfuggiva agli esattori bizantini,agli emiri berberi,ai vicere' spagnoli. Adesso la piega e' presa,siamo fatti cosi'..; (da il gattopardo)

Il Gattopardo -Il romanzo racconta la vita del Principe Fabrizio Salina, appartenente ad un antico casato siciliano che ha come simbolo il gattopardo. Siamo nel 1860 e i garibaldini stanno per prendere il posto del regno borbonico (all’inizio c’è un breve “cameo” di Re Ferdinando). Il Principe e la sua famiglia – tra cui l’amato nipote Tancredi – devono decidere se stare dalla parte “dei piemontesi” o sostenere i Borboni, perché presto ci sarà un plebiscito. Nel frattempo Tancredi si innamora di Angelica, figlia di don Calogero Sedara, un borghese ricco ma poco istruito e piuttosto rozzo. I tempi stanno proprio cambiando e, come dirà lo stesso Tancredi in una frase divenuta ormai celeberrima: “"Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi!". Ecco all’ora che il Principe decide di sostenere i garibaldini e di acconsentire al matrimonio di Angelica e Tancredi. Alla fine don Fabrizio, vecchio e rassegnato, forse non è più il “gattopardo” dell’inizio del libro, ma rimane un personaggio misterioso, i cui pensieri e vere opinioni non saranno mai del tutto chiari al lettore.

sabato 22 maggio 2010

Il Castello a Mare - Palermo




















In epoca normanna Palermo era dotata di due grandi fortezze, una a monte:Palazzo dei Normanni  e una a mare, appunto  il Castello a mare o Castelloammare posto all'imboccatura del porto per controllarne l'accesso
Quando nel 1922 le ruspe della ditta McArthur di Londra, su disposizione del governo fascista e in nome della presunta necessità di ampliamento delle infrastrutture portuali, intrapresero la demolizione del Castello a Mare per avviare la costruzione del grande molo trapezoidale, a nulla valsero gli appelli degli intellettuali dell'epoca, dal soprintendente ai Monumenti Francesco Valenti al direttore del Museo nazionale Ettore Gabrici, per evitare uno degli scempi più assurdi consumati a Palermo, con l'eliminazione di quel formidabile presidio militare che, per oltre un millennio, aveva assicurato il controllo delle aree portuali e delle zone di ormeggio.L'impresa appaltatrice fu solerte: in poco più d'un anno fu portata a compimento la demolizione, da cui si salvarono, in parte, solo il mastio e l'antica porta d'accesso. Quindi, nell'area del Castello - affacciato sulla Cala, l'antico porto della città - e sulle sue rovine, cominciarono a sorgere edifici industriali e si avviò un degrado inesorabile, con accumulo di enormi quantità di detriti, scorie, materiali tossici... Lentamente la città perse memoria di uno dei suoi luoghi "simbolo"! 

La configurazione attuale del molo trapezoidale venne stabilita a partire dal 1922 nell’ambito della realizzazione del “grande porto” su commissione del “Consorzio Portuale di Palermo”; si attuava allora la distruzione del forte dell’antico Castello a Mare per dare spazio ad un’ampia zona per la dogana, favorendo lo sviluppo del commercio e delle industrie, ma di certo peggiorando il rapporto della città con il suo mare.
I lavori di trasformazione delle attrezzature portuali, potrattisi fino al dopoguerra, insieme al progressivo interramento della Cala e del lungomare, privarono un buon tratto di costa del rapporto diretto con il mare.
[PDF] Regione siciliana Assessorato dei Beni culturali e dell'Identità ...










 

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