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martedì 29 ottobre 2013

" LI TRIZZI DI DONNA "


«Presso il cosiddetto Curtigghiu di li setti Fati [cortile delle sette Fate], nelle vicinanze dell’antico monastero di S. Chiara, venivano sette Donne di fuora, tutte una più bella dell’altra, conducenti seco qualche uomo e qualche donna, cui facevano vedere cose mai viste: balli, suoni, conviti. E li portavano pure sopra mare, molto lontano, e li faceano camminare sull’ acqua senza che si bagnassero. Tutte le notti esse ripetevano questo, e la mattina sparivano senza lasciar traccia di sè»

Giuseppe Pitrè, “Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano”


“ Li trizzi di donna”, erano delle ‘trecciuole inestricabili’ di capelli 

che le "donne di fuora" procuravano al bambino accarezzandogli i capelli e cantandogli una ninnananna: erano  il segno inequivocabile della loro protezione e benevolenza.



 Dei regali che le "donni"vecchie matrone fanno alle madri che abitano la casa che loro custodiscono, intrecciando i capelli dei pargoli che vivono nell’abitazione che un tempo fu delle stesse donni.



Dei segnali che queste signore regalavano soprattutto ai bambini ed ai ragazzini, per dimostrare , si diceva, la loro benevolenza. Quindi guai a toccarle, a cercare di districarle o a tagliarle : le “donni” si sarebbero offese e si sarebbero vendicate sul bambino, facendolo ammalare ed a volte anche morire. Bisognava attendere pazientemente che “li donni” facessero cadere quelle ciocche ribelli così come le avevano fatte spuntare.


I doni delle donne devono essere accettate. Nessuno può tagliare questo legame magico tra la terra dei vivi e quella dei non morti. Le trecce si scioglieranno con il tempo, quando le donne lo riterranno opportuno.

Capelli e credenze popolari



Fin dalle epoche più remote, nelle credenze popolari e religiose i capelli sono stati considerati sede della vita o della forza di una persona. Questo assunto, tra gli altri, è confermato da Sansone: “ I miei capelli non sono mai stati tagliati…Se uno mi taglia i capelli, io perdo la mia forza e divento debole come qualsiasi altro uomo” (Giudici, 16, 17)
 E’ credenza comune che i bambini cresceranno sani e forti se fino al primo anno di vita non si taglieranno loro i capelli. Alla forza si aggiungerà la fortuna se i capelli verranno tagliati a zazzera. E se fra i primi capelli del bambino se ne trovi uno bianco, si deve avere cura di non strapparlo perché è anch’esso messaggero di fortuna
le donne superstiziose, quando hanno finito di pettinarsi, usano raccogliere i capelli che son loro caduti dal capo e li bruciano o vi sputano sopra o li nascondono per evitare che finiscano nelle mai di majare e stregoni. Una ciocca di capelli è per le streghe l’oggetto del desiderio, lo strumento privilegiato per potere “lavorare” proficuamente nelle loro fatture di seduzione o di nocumento. In quest’ultimo caso, dopo la recita della formula “Tu u facisti a mia e iù ‘u fazzu a tia: comu si nni va stu capiddu, comu u ventu si nn’avi a gghiri iddu”, si prendono i capelli della persona bersaglio e si lasciano volare via dalla finestra. I risultati letali sono garantiti.






domenica 27 ottobre 2013

"LE DONNE DI FORA"


Le "donne di fora" o "donne di casa", "donne di notti", "belli Signuri" , "patruni di casa", hanno creato molta attenzione nel mondo magico siciliano.

 Per risalire all’identità di queste misteriose ‘signore’, dobbiamo riandare brevemente ad una credenza diffusa nel Medioevo. 

"Donne di fuori" erano chiamate dal popolo siciliano le "dominae nocturnae", ricordate nei testi medievali. Esse, secondo quanto raccolto da Giuseppe Pitrè, sarebbero state delle donne bellissime, di alta statura, di forme opulente e dai lunghi e lucenti capelli. Di giorno si nascondevano e uscivano solo di notte. 
Sono esseri soprannaturali, un po’ streghe un po’ fate, senza potersi discernere in cosa differiscono le une e dalle altre. Con facilità le ‘donne’ si adiravano contro coloro che le avevano offese e li punivano con la miseria e le malattie. Le ‘donne di fuori’ amavano essere trattate con gentilezza e circondate di rispetto. Se erano accolte con l’offerta di cibi prelibati (marmellate, confetti, ma più spesso miele), musiche e balli, ricambiavano i loro ospiti con la buona salute e la fortuna. Non ci meraviglia, quindi, la circostanza che le ‘signore’ appaiano, nei processi, rispettate e temute dal popolo. 

Geni benefici,ma anche malefici,sono donne di grande bellezza,amano le case pulite, escono di notte il giovedi, penetrano nelle case dai buchi delle serrature e dalle fessure degli usci. Se l’alba le sorprende, si tramutano in rospi e aspettano sotto questa forma la notte successiva. 
Giuseppe Pitre’ riconosce la loro ambivalenza: delle fate hanno il pregio di andare in giro a spargere benefici a qualche disgraziato, ma a considerarle piu’ intimamente sono delle vere e proprie potentissime streghe.

Pitre’ afferma: amori ed odii, simpatie e antipatie le donne di fora li manifestano soprattutto nei bambini, specialmente lattanti. Esse li cambiano e li sostituiscono con altro piu’ bello o piu’ brutto o piu’ povero e viceversa.Il bambino "canciatu" e’ il bambino affatturatu e lo si giudica tale perche’ perde il colore del viso,emacia a vista d’ochio e non se ne comprende il perche’. 

La credenza e’ ben nota agli studiosi di folklore europeo: I bambini scambiati da fate o fauni si chiamano "changelin” in Francia o “ fairy” in Inghilterra. La plurisecolare credenza delle donne di fora e’ radicata in tutta la Sicilia. 



Questa tradizione approda nella piu’ alta trasfigurazione letteraria nella favola del bambino cambiato di Luigi Pirandello,con il personaggio di Vanna Scoma, la fattucchiera che ha fama di essere in miteriosi commerci con le donne di fora tanto da saper indicare alla madre il luogo dov’e’ andato a finire il figlio che le e’ stato cambiato, una notte di anni prima ancora in fasce per farne il figlio di un re.

 "LA FAVOLA DEL FIGLIO CAMBIATO"
 In un villaggio una donna piange la sua tragedia: le streghe le hanno rubato il figlio sostituendolo con un esserino deforme. Le amiche la confortano e la conducono da Vanna Scoma, una fattucchiera la quale assicura che il bambino si trova ben sistemato in una reggia e consiglia di non cercarlo. Passa qualche anno e gli avventori di un caffè del villaggio commentano l'arrivo di un principe, venuto in quel luogo per ritrovare la salute. Mentre gli uomini stanno discorrendo entra un giovane ottuso e deforme, chiamato Figlio di re: è il ragazzo che le streghe avevano lasciato nel villaggio. Tra le risate generale il giovane dichiara la sua discendenza reale, ma sopraggiunge la madre che afferma di riconoscere nel principe appena arrivato il suo vero figlio. Intanto i ministri che sono al seguito del principe commentano le cattive notizie giunte dalla corte: il re è ammalato e il popolo è in rivolta. Arriva Vanna Scoma e dichiara di sapere che il re è morto; il principe deve subito tornare in patria. Il principe intanto si accorge di essere spiato dalla donna e le chiede il nome; ella gli risponde solo di avere avuto un figlio che gli assomigliava e che questo poi le è stato rapito. Sopraggiunge Figlio di re che si getta contro il principe cercando di ucciderlo, ma costui riesce a evitare il colpo. Accorrono i ministri e insistono perché il principe parta e tori in patria; la donna però indica nel ragazzo deforme il vero erede al trono e il principe, stanco della vita di corte, invita i ministri ad accettare Figlio di re come loro sovrano: quando il mostricciattolo avrà in testa la corona sembrerà un vero re. Egli resterà povero, ma felice, con la donna che lo crede suo figlio.

mercoledì 25 aprile 2012

LA DECADENZA DEL SISTEMA PRODUTTIVO



Travolti dalle multinazionali abbiamo perso l'identità' produttiva.
In un universo di desideri,necessita',ambizioni indifferenza,la necessita' di disporre di forza lavoro e' sempre più' rarefatta e il lavoro diminuisce in maniera direttamente proporzionale al progresso tecnologico.


E' una spirale che si sta' stringendo ad una velocità' impressionante; produrre e vendere non equivale più' a lavorare perché' le le macchine hanno vinto la loro battaglia con l'uomo che le ha inventate. 
La non cultura della merce, che può' essere solo acquistata e usata ha inquinato l'etica dell'imprenditoria.Limprenditoria che dovrebbe sfruttare la propria intelligenza creativa per ottenere risultati e produrre lavoro,alla fine si e' ridotta ad essere un bottega di lusso,remunerativa fin che si vuole,ma senza più' altro scopo se non quello di ricavare denaro dalla propria iniziativa.
Il denaro e' dventato il risultato principale da ottenere perché' si e' persa l'identita' e la comprensione dell'oggetto,della merce trattata,che non e' più' riconoscibile,spesso prodotta addirittura nell'altro capo del mondo ;quindi non bisogna stupirsi se la logica del profitto ha partorito mostri che tutti noi conosciamo.

La corruzione e' endemica in ogni società' ed e' appartenuta ad ogni epoca della storia, ma oggi e' riconducibile alla perdita d'identità' causata dal sistema produttivo dove il capitale,la ricchezza non si genera più' dalla creatività' imprenditoriale e dal lavoro delle persone,ma dalla distorsione del sistema produttivo,economico, che hanno delegato lo sviluppo tecnologico e il progresso industriale ad una "elite"  di persone,che e' causa  di sciagure in questi anni di fango che stiamo vivendo.
E' rimasto qualcosa oltre al desiderio spasmodico di accumulare denaro?

sabato 4 febbraio 2012

SACRO E PROFANO 2

"CITTADINI,CITTADINI,VIVA SANT'AGATA"


Ancora una volta Agata infiamma i cuori dei fedeli.
Dal 3 al 5 febbraio Catania dedica a Sant'Agata,patrona della città',una grande festa. Un fregolo d'argento " a vara", con un busto contenente le reliquie della Santa, viene instancabilmente seguito in processione da centinaia di fedeli devoti, vestiti con il tradizionale "sacco"(tunica bianca stretta da un cordone,cuffia nera, fazzoletto e guanti bianchi), aggrappati a due cordoni di oltre 100 metri. La Vara e' seguita da undici " cerei o cannaloni" alte colonne di legno che rappresentano le corporazioni delle arti e dei mestieri della città'.Su tutto questo,il grido unanime della devozione," Cittadini,cittadini,semu tutti devoti tutti"!
 e subito si alza il grido di risposta rassicurante “…Cettu,Cettu!”.

Nel 2008 la Festa di Sant'Agata è stata dichiarata dall'UNESCO come Bene Antropologico dell'Umanità.

Le candelore che sfilano in processione sono 11 così distribuite: la più piccola è stata fatta costruire da Monsignor Ventimiglia dopo l'eruzione lavica del 1766; seguono quella degli abitanti del quartiere S.Giuseppe La Rena e quella degli ortofrutticoltori, costruita in stile gotico; poi la candelora dei pizzicagnoli, in stile liberty; le candelore dei pescivendoli, fruttivendoli, macellai, pastai, panettieri, bettolieri, in stile barocco e rococò; ultima è la candelora fatta realizzare dal Cardinale Dusmet, per il circolo di S.Agata.".


La processione delle reliquie ha inizio il 4 febbraio e parte da Porta Uzeda; fuori della città il pesante carro di S. Agata viene fatto sostare davanti alla chiesa del Carmine e a quella di Sant'Agata la Vetere, poi torna nella Cattedrale e il giorno successivo procede nella zona interna della città. Sopra il carro della Santuzza è ospitato il bellissimo busto d'argento dorato e impreziosito di gemme e di una corona che pesa un chilo e mezzo, opera dell'orafo Giovanni di Bartolo; all'interno del busto sono conservate le reliquie di S.Agata.



lunedì 26 settembre 2011

SACRO E PROFANO


Quante volte, alzando gli occhi verso la sommità' di monte Gallo, avete notato una costruzione di colore bianco,il famoso ex Semaforo borbonico,un'antica costruzione ottocentesca militare,edificata al fine di  portare,allora, aiuto alla navigazione maritma notturna.
Da 25 anni ,il semaforo, e' diventato l'abitazione di Salvatore,detto Israele,un ex operaio fattosi, lassù' ,eremita per sfuggire alla vita caotica della società' d'oggi e per adempiere ad una missione che lo ha ispirato.


I segni del suo passaggio si cominciano già' ad individuare lungo il sentiero che conduce al semaforo costituiti in gran parte da stelle a sei punte che ricordano la stella di Davide.

Israele ogni tanto si rende disponibile ad accostare visitatori ed a scambiare qualche parola circa la sua vita ed  il suo progetto spirituale  fortemente influenzato dalla lettura dell'apocalisse spesso citata nelle sue raffigurazioni. 



 Egli ha integralmente decorato la struttura con mosaici che hanno,anche, un simbolismo profano con forti espressioni simboliche esoteriche.
         



Questi mosaici sono stati realizzati con elementi tipici dell'arte povera,come pietruzze colorate,pezzetti di vetro,mattoni e 
minuscoli sassolini raccolti a mare.



L'emozione prende lo spirito di fronte a questo spettacolo offerto dalla vegetazione da quel senso di pace  e di fronte a quel cielo e a quel mare che sembra fondersi all'orizzonte esprimendo il mistero dell'esistenza.


L'Acchianata ri Santa Rusulia
Monte Pellegrino, luogo simbolo della città di Palermo, protagonista indiscusso del capoluogo siciliano,accoglie tra le sue grotte il santuario di Santa Rosalia, la Santuzza dei palermitani e non solo.

Il monte è meta di pellegrinaggio  con la celebre “acchianata”, ovvero la salita sul monte, attraverso la scala vecchia,edificata tra il 1674 ed il 1725,per  celebrare la morte della "Santuzza" avvenuta, sempre secondo la tradizione, il 4 settembre 1166.
La salita e' percorsa a piedi dai fedeli

    
     
Il Monte e la grotta dell’odierno santuario hanno esercitato, fin dai tempi precedenti alla colonizzazione fenicia, un grande fascino sugli abitanti della zona. In epoca medievale inoltre, il monte veniva considerato luogo di eremitaggio per asceti e pellegrini, ricoprendo dunque da sempre una funzione sacra per la città.
Il 4 settembre si rinnova ogni anno questa  tradizione devozionale antichissima, l'acchianata alla grotta dove, secondo la tradizione, vennero rinvenuti i resti mortali di Santa Rosalia, la "Santuzza", patrona di Palermo.


Anno Domini 1624, a Palermo imperversa il morbo della peste, arrivata in città a bordo di una nave carica di doni: cammelli, leoni, lana, lino e gioielli per il vicerè Filiberto di Savoia da parte del re della Tunisia. 
Un pover’uomo, Vincenzo Bonello, saponaio in Via dei Pannieri, sale sul Monte Pellegrino per una passeggiata solitaria, o piuttosto per gettarsi da una delle rupi del monte per il dolore della perdita della moglie, portatagli via prematuramente dalla pestilenza.
Durante la sua ascensione al monte gli appare la figura di Santa Rosalia, che aveva vissuto gli ultimi anni della sua vita romita proprio in una grotta del monte stesso. La Santa gli preannuncia la sua morte e gli chiede di portare un messaggio al cardinale Doria: “la peste in città cesserà soltanto quando le mie spoglie saranno portate in processione”. Il giovane, sconvolto, ridiscese in città raccontando quanto avvenuto; come predetto  egli mori' quattro giorni dopo.

Seguendo le indicazioni della profezia si portò in processione per la città, le sante reliquie. Fu così che la peste cominciò ad allentare il suo abbraccio mortale su Palermo e, il 9 luglio del 1625, si celebrò il primo festino: una solenne processione a cui partecipò il clero cittadino, l’aristocrazia e tutto il popolo palermitano. La festa durò nove giorni e il contagio, nonostante l’enorme quantità di gente presente alla processione, invece di diffondersi si arrestò.




Santa Rosalia Sinibaldo, da nobile a santa
Rosalia nasce a Palermo, intorno al 1128, dal conte (o duca) Sinibaldo, signore della Quisquina e delle Rose, discendente di Carlo Magno e da Maria Guiscardi, cugina del re Ruggero d’Altavilla, alla cui corte Rosalia visse gli anni della giovinezza tra gli agi propri della corte normanna attirando su di se, per la sua bellezza, gli interessi di parecchi nobili. Presso la stessa corte si trovava ospite il principe Baldovino, che soltanto qualche anno dopo sarebbe stato incoronato re di Gerusalemme. La leggenda racconta che proprio Baldovino, avendo salvato il re Ruggero da un leone (!?) e volendo il re ricambiarlo gli chiese in sposa Rosalia. La giovane, in seguito alla richiesta di nozze, si presentò alla corte annunciando la decisione di abbracciare la fede. Questa scelta sconvolse i genitori e la corte stessa, tanto da costringerla a rifugiarsi presso il monastero delle Basiliane a Palermo, ma questo non fu sufficiente a esimerla dalle continue visite dei genitori e del promesso sposo che cercavano di dissuaderla dal suo intento. Decise quindi di trovare rifugio presso una grotta nei possedimenti del padre, alla Quisquina. La sua fama si diffuse e la grotta divenne luogo di pellegrinaggio. A questo punto la giovane eremita decise di abbandonare il suo rifugio e di recarsi in un'altra grotta sul Monte Pellegrino dove visse fino alla sua morte, avvenuta presumibilmente il 4 settembre del 1160 o 1165. Da allora a Palermo, come ogni anno dal 1625, la sera del 14 luglio, la processione parte dal Palazzo reale e si snoda lungo l’antico Cassaro fino a mare, fermandosi dinanzi la Cattedrale e ai Quattro Canti, punto in cui il sindaco della città sale sul carro e depone dei fiori ai piedi della Santa, gridando “Viva Palermo e Santa Rosalia”. Non appena la processione arriva al Foro Italico hanno inizio i fuochi d'artificio che durano fino a tarda notte.






E comu Virginedda palermitana priamu a Tia!
Viva Santa Rusulia
E i malati di Tia Vonnu a Grazia  i Tia
Viva Santa Rusulia
Guerra, timpesta e tirrimotu, , priamu a Tia
Viva Santa Rusulia 
E un stancamu mai, priamu a Tia
Viva Santa Rusulia
E comu palermitani priamu a Tia
Viva Santa Rusulia
E i palermitani vonnu a grazia i Tia
Viva Santa Rusulia

Notti e ghiornu faria sta via
Viva Santa Rusulia
Ca nni scanza a morti ria
Viva Santa Rusulia
Ca nn’assisti a l’agunia!
Viva Santa Rusulia
Virginedda gluriusa e pia
Viva Santa Rusulia
Ogni passu ed ogni via!
Viva la nostra Santa Prutittrici Rusulia!
E chi semu muti? .... Viva!
Viva Santa Rusulia

Viva Palermu e Santa Rusulia






lunedì 5 settembre 2011

PERLE SULLA SABBIA

Cirene,Apollonia,Tolemaide,Sabrata,Leptis Magna la splendida:
citta' che evocano vicende di gloria,ricchi commerci,intense attivita' culturali,che testimoniano l'eredita' romana in Libia. 
Oggi le loro grandiose rovine assediate dal deserto,vivono in un magico silenzio il trascorrere del tempo.

Ricca di tesori archeologici unici al mondo,la sottile fascia costiera che separa il Mediterraneo dall'immenso deserto libico e' punteggiata da una serie interminabile di antiche vestigia:colonnati possenti,vie lastricate e intagliate nella roccia,anfiteatri romani,monumenti punici e basiliche bizantine, e ancora terme,ninfei,ginnasi e necropoli.
In Libia esiste un patrimonio archeologico paragonabile per grandiosita' all'acropoli di Atene o ai fori romani;ma offre un optional che Atene e Roma non possono permettersi :il sacro silenzio che si addice alle cose passate.

CYRENE:La fonte di Apollo.
"Cirene,orto dolcissimo,t'incorono di canti" intonava Pindaro nella sua ode dedicata ad Arcesilao,principe della citta' e auriga famoso,per celebrare la sua vittoria ai giochi di Pitia del 462a.c. I resti di due templi,il tempio di Artemide ed il grande santuario di Apollo, ed un altare marmoreo lungo oltre 22 mt. stanno a guardi perenne della preziosa sorgente che nel VII secolo spinse i coloni greci,provenienti dall'isola di Tera,a stabilirsi in questo punto dell'altipiano e a dar vita ad una fiorente citta'. Cirene raggiunse ben presto una posizione di privilegio su tutta la regone che chiude ad oriente il grande golfo della Sirte e che vedeva nelle piccole colonie costiere altrettanti punti d'arrivo delle vie carovaniere provenienti dal deserto e dal cuore dell'Africa.
Leptis Magna
"Bianca come un miraggio tra le dune del deserto"cosi' gli antichi viaggiatori di terra e di mare descrivevano Leptis Magna ai tempi del suo splendore.
Dal deserto giungevano le carovane che portavano avorio,gemme,pelli,schiavi neri e belve. Dalle grandi fattorie dei dintorni con i sistemi avanzati che nessuno e' piu' stato capace di ricostruire,venivano le olive e l'olio,pregiatissimo. E per le vie del mare,arrivavano dall'Italia e dalla Grecia le navi che importavano nei pesi d'Europa le ricchezze africane. Eppure questa citta' agiata,che i suoi abitanti,mercanti punici padroni di tutte le astuzie del commercio,facevano a gara per rendere sempre piu' bella,aveva proprio nel suo porto il suo tallone di Achille,che la condusse presto alla rovina e ne fece dimenticare per secoli la memoria. 


Tadita da un porto sfortunato ;Furono i tentativi infelici di renderlo piu' eficiente,iniziati negli anni di Nerone imperatore, a causarne l'insabbiamento che porto' poi, lentamente, all'abbandono della citta'.Cosi', ai tempi della conquista araba,Leptis era gia' usata come deposito di pietre e marmi da costruzione.Una cava ricca,se si pensa che nel 1686 il console francese vi raccoglieva colonne e statue marmoree da trasferire a Prigi, per la costruzione di Versailles. Solo con l'occupazione italiana inizio' un sistematico lavoro di scavo archeologico, che porto' alla luce un insieme architettonico che raramente si incontra al di fuori di Roma o di Atene. 
L'antica Leptis nacque come approdo fenicio alla foce dell"uadi"(torrente) Labda, che creava un vero e proprio porto naturale a meta' strada tra Cartagine ed Alessandria.
Poco distante, Apollonia e Tolemaide assomigliano veramente a perle abbandonate sulla sabbia.
Ad Apollonia antico scalo maritmo di Cirene sono le basiliche di eta' bizantina,che, con le loro colonne  in marmo azzurro, si stagliano eleganti sullo sfondo del mare. Del periodo di influenza greca e romana sono visibili il grazioso teatro teatro in riva al mare;il resto e' forse tutto da scoprire,sepolto ancora dalla sabbia del deserto.
Tolemaide, con le cisterne romane, tredici gallerie lunghe 18 mt. che si incrociano con quattro tunnel della lunghezza di oltre 50mt., fanno da giusto contrappeso al magnifico "palazzo  delle colonne".

mercoledì 10 agosto 2011

UOMINI E TONNI

UNA CIVILTA' UNA CULTURA
"Aja mola Aya mola"


"La pesca dei tonni e dei pesci  lor soci è ricchezza in sostanza della Sicilia, sicché è una delle primarie aziende, che per sè conteggi il nostro paese..." (Marchese di Villabianca, 1720 - 1802)

RIPRESE DIRETTE DA UNA TONNARA a cura di Rai storia in un meraviglioso video di  Carlo Alberto Chiesa


 



Le origini  della pesca del tonno,  sono antichissime.
Testimonianze grafiche ci vengono dalle incisioni e dalle pitture rupestri presenti in alcune grotte dell'isola e risalenti al quaternario. In quell'epoca le tecniche di pesca erano rudimentali e probabilmente si limitavano ad atti per la deviazione dei branchi verso la costa dove con selci ed ossa appuntite fissate a lunghi bastoni venivano catturati. 
I Fenici avevano organizzato un centro marinaro di lavorazione del pesce a Cadice. 
I Greci tenevano delle vedette sugli scogli nel periodo del passaggio dei branchi, ed all'avvistamento scendevano in mare e qui una volta circondato il branco, calavano velocemente le reti dell'altezza di alcuni metri. 

E' agli Arabi , i quali perfezionarono e diffusero in Sicilia, ma anche in Africa e in Spagna il sistema delle reti fisse divise in camere e collocate in modo tale che il tonno fosse guidato attraverso le varie camere fino alla camera finale, che può farsi risalire la nascita della tonnara così come oggi la intendiamo. 

L’habitat naturale del tonno rosso si trova nelle fredde acque del Nord Atlantico, ma ogni anno, all’avvicinarsi della primavera, inizia un lungo viaggio che, attraverso lo Stretto di Gibilterra, lo porta nella calde acque del Mediterraneo per riprodursi. Il tonno compie questo viaggio ogni anno, spinto dal suo codice genetico, come succede per altri animali, ed il suo percorso è immutabile, segue rigorosamente una rotta da Ovest verso Est, nuotando vicino alla costa, come se ci vedesse solo dall’occhio sinistro e in questo modo arriva in Liguria, poi scende lungo la costa Occidentale della Sardegna, si spinge fino alle Baleari, arriva sulle coste della Sicilia e si spinge fino al Nord Africa e alla Turchia. Alla fine dell’estate il tonno compie il percorso inverso.

E' da quest'osservazione, da queste abitudini del tonno che nascono le tonnare.
Con il termine tonnara si intende tutto il complesso di attrezzature,strutture a terra ed a mare, che caratterizzavano tale attività'.La tonnara a sua volta si distingueva in tonnara di terra,l'area posta sull'arenile,e tonnara di mare ,costituita dal complesso di reti che creava la trappola nel mare per i tonni.La tonnara di terra,detta anche "malfaraggio",comprendeva sia le grosse strutture murarie,dove venivano custodite le barche e le reti,sia l'area esterna in cui si svolgevano tutte le operazioni legate alla preparazione della trappola.
Negli edifici vi erano zone destinate all'amministrazione,ai depositi della salagioni alle reti,alla pesatura,al lavaggio del pescato,al rimessaggio dei grossi barconi,le musicare; oltre alle camere dei loggiati,ai dormipoi per i pescatori e all'abitazione per la famiglia del rasi.Al piano superiore vi era l' l'appartamento gentilizio del nobile proprietario e della servitù'.In una casetta accanto era stabilito il fondaco,cioè' il luogo dove si depositava il sale necessario alle salagioni.
La tonnara di mare  è formata da una rete di sbarramento che va da terra verso il largo, chiamata “pedale” o “coda”, e da un’insieme di reti, chiamato “isola”, che formano diverse stanze dentro le quali passano i tonni, finché arrivano nell’ultima, la camera della morte.
Ogni anno "il Rais", nel luogo della "passa", nel periodo degli amori,  fissa gli assi fondamentali , il recinto, la porta , il centro. Lunghissime reti vengono fissate al fondo con un grande numero di ancore e ormeggi, a formare pareti (calatu), delle quali solo una linea sottile emerge dall'acqua (summu), e organizza le ciurme, decine di lavoranti per il breve periodo compreso tra il calo delle reti e la mattanza .


La mattanza (dallo spagnolo matar, uccidere) si svolge tra fine aprile e metà giugno e, pur nella sua finalità diretta a catturare i tonni da vendere sul mercato, riassume storicamente nella mente delle genti di Sicilia il valore simbolico dell'eterna lotta tra l'uomo e la natura.I tonni che sono stati guidati attrverso le varie camere,raggiungono la camera della morte;le imbarcazioni le "muciare",chiudono da ogni lato il quadrilatero e i tonnaroti issano la rete dove i tonni soffocano, storditi per la mancanza di spazio e di acqua. 
E' il momento della mattanza: I tonni man mano che gli viene a mancare l'acqua si dibattono, urtano violentemente  tra loro, si feriscono. Quando sono ormai sfiniti li aspettano i 'crocchi',gli uncini dei tonnarotti montati su delle aste, che servono per agganciare i pesci e issarli sulle barche, mentre l'acqua diventa rossa del loro sangue in un crescendo impressionante.

Le tonnare nel secolo XVI,nella provincia di Trapani arrivarono ad essere ben otto, Bonagia, Formica, Favignana, S.Giuliano, Cofano, S.Vito, S.Teodoro e Palazzo. Rappresentarono una delle attività' commerciali preminenti dell'economia siciliana e formarono degli ottimi "Rais" che andarono ad impiantare altre tonnare anche all'estero.

Purtroppo varie cause in questi ultimi tempi rendono difficile la vita delle tonnare; la pesca con tonnare volanti, la percorrenza degli aliscafi, l'elevato costo della manodopera, costi di ammortamento ed esercizio, minore numero e minore quintalaggio dei tonni pescati, rendono oltremodo difficile la gestione delle tonnare che gradualmente sono andate ad esaurirsi.
E’ questa storia antica che rischiamo di perdere.
Ormai è sempre più difficile ogni anno mettere insieme gli equipaggi, la tonnara non è molto remunerativa, L'allevamento in gabbie localizzate in prossimità dei tratti di mare in cui venivano calate le tradizionali tonnare rendono molto di piu'. Così oggi affacciandosi dal belvedere di Castellammare del Golfo, in prossimità del "Pedale" (il luogo cui si ancorava la tonnara di Castellammare), nella seconda metà dell'anno è possibile scorgere sul mare delle strane giostre galleggianti e delle barche di diversa grossezza con uomini al lavoro.

Si tratta di una "Tuna Farming", costituita da sei gabbie, di 50 metri di diametro e 30 di profondità che da maggio a dicembre ospita quasi cinquemila tonni, controllati ogni giorno dai sub che ne controllano il comportamento e l'eventuale insorgenza di anomalie.
La Tonnara era un cuore che nel pulsare scandiva i tempi del dialogo con il passato e il presente,con tutti coloro che avevano consegnato un'eredità di memorie, di idee, di soluzioni, di maniere ingegnose per fare dell'uomo, nella lotta contro i titani, un vincitore.











 

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